Tommaso

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C’è voluto un decennio netto dall’esordio registico di Anche libero va bene e dal suo inatteso trionfo per portare Kim Rossi Stuart a stendere il bilancio di una carriera fortunatissima ed eclettica costellata di riconoscimenti ed evoluzioni, un irresistibile percorso in crescendo che ha portato l’imberbe ragazzo dal kimono d’oro all’affermazione definitiva fra palcoscenico e cinema d’essai.



Dopo tre anni di relativa inattività e di semiritiro a vita privata, l’interprete romano decide di mettersi a nudo con le velleità autobiografiche di Tommaso, annoverando in prima persona un catalogo di paure, idiosincrasie e difficoltà intime e professionali cercando di esorcizzarle con il tono trasparente e schietto della confessione: il risultato, però, al di là dell’audacia e della buona fede, è uno sfrontato e incontrollato atto di narcisismo ai confini del suicidio artistico e umano con cui, consciamente o meno, Rossi Stuart si espone costantemente agli strali del ridicolo involontario e dell’irricevibilità, prodigandosi in una sorta di imitazione dei tic morettiani di Sogni d’oro privati della loro imprescindibile componente autoironica e del modello impossibile del labirintico immaginario femminile felliniano, di cui Rossi Stuart finisce solo per replicare il fondo misogino dimenticandosi di tutto il resto.

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Si passa così attraverso un caravanserraglio di situazioni che oscillano fra il penoso (gli sbraiti del protagonista, che culminano in quel “sono un criceto” urlato a pieni polmoni già diventato cult), il pretenzioso (l’allucinazione durante il coma del prefinale, che risolve in una botta sola complesso materno negativo e ricerca del bambino interiore con una serie di simbolismi sfrenati) e l’imbarazzante (i degradanti incontri erotici con la giovane Sonia), trasformando un tentativo di autoanalisi in un risibile soliloquio sui massimi sistemi – la donna, la coppia, la famiglia, la vecchiaia, e via così – di cui lo stesso Rossi Stuart sembra essere l’unico possibile destinatario interessato, un discorso tanto chiuso e avvolto su se stesso da rasentare l’autismo.

Una spropositata catastrofe, inclassificabile tanto sul piano della scrittura, innaturale fino al nonsense, quanto su quello della messinscena, sciatta, sgraziata e sbrindellata come la peggior fiction, che rischia di gettare l’autore in un abisso profondissimo di indifferenza e isolamento.

Voto 2

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