Black or White

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E’ interessante constatare come Kevin Costner abbia avuto una delle carriere più altalenanti e mutevoli di Hollywood.
1987: Brian De Palma lo sceglie per interpretare l’agente federale Eliot Ness ne Gli intoccabili ed è l’inizio di un mito. Quella faccia pulita, da bravo ragazzo, piazzata sulle spalle di un uomo di un metro e novanta conquista tutti. Sono gli anni di Bull Durham e de L’uomo dei sogni a fare da anticamera al successo che arriverà, al galoppo, nel 1990 con i sette Oscar vinti da Balla coi lupi, film che Costner produce, dirige e interpreta. Anni caratterizzati da ruoli interessanti e visibilità alle stelle grazie a pellicole come JFK – Un caso ancora aperto, Guardia del corpo e Un mondo perfetto, ma i due flop che seguono, Waterworld e L’uomo del giorno dopo, assestano un duro colpo alla sua corsa verso le vette più alte di Hollywood. Costner non è mai più arrivato a quel livello e i film ai quali ha preso parte dalla seconda metà degli anni Novanta ad oggi, da Le parole che non ti ho detto a Gioco d’amore (altro tassello del filone romantico-sportivo sul baseball a cui Costner sembra ormai definitivamente appartenere), da Vizi di famiglia a The Company Men, non gli hanno mai permesso di tornare in prima linea. Poi, nel 2012, arrivano l’Emmy vinto per il suo ruolo nella miniserie in tre puntate, Hatflieds & McCoys e Zack Snyder che lo sceglie per interpretare il padre adottivo di Superman in Man of Steel. Giusto il tempo di prendere parte a un altro flop (3 Days to Kill) e ce lo ritroviamo nonno, avvocato e alcolista in questo Black or White.



Seconda collaborazione tra Costner e Mike Binder, dopo Litigi d’amore, la pellicola presentata lo scorso ottobre al Festival di Roma racconta la storia di Elliott Anderson (Costner), brillante avvocato la cui figlia perde la vita dando alla luce una bambina, Eloise (Jillian Estell), costretta a crescere con i nonni materni. Quando Elliot perde anche sua moglie, la nonna paterna della piccola, Rowena (Octavia Spencer) si fa avanti, rivendicando il diritto del figlio, tossicodipendente, di crescere Eloise. E’ a questo punto che Anderson si troverà coinvolto in una dura battaglia legale per la custodia della nipote.

Nel ripercorrere a grandi linee la carriera di Costner, c’è un aspetto fondamentale del suo percorso professionale che i soli titoli dei film non sono sufficienti a raccontare ed è la dignità con cui l’attore e regista americano ha saputo sempre stare al gioco, nei momenti di successo come nelle sconfitte. Un atteggiamento che lo ha reso un po’ eroe anche nella vita, agli occhi degli spettatori, soprattutto se paragonato agli eccessi di casa a Hollywood. Ed è proprio questo che ti frega in Black or White: l’avesse interpretato chiunque altro, sarebbe stato un film melenso e piuttosto ordinario, con una manciata di momenti riusciti (le scene con Costner e la piccola Jillian Estell e quelle in tribunale) e basta. Ma il fatto che ci sia lui nel ruolo di nonno Elliott finisce per mandare a quel paese ogni forma di obiettività. Incentrato tutto su contrasti conclamati, la pelle scura di Eloise e della famiglia paterna che si contrappone a quella della famiglia materna, la bella casa degli Anderson nei quartieri alti e l’affollata villetta di periferia di nonna Rowena, l’agiatezza contro l’indigenza, Black or White affronta il tema del razzismo e della diseguaglianza sociale in modo piuttosto convenzionale. Ma nell’interpretare un uomo devastato dalla vita, che gli ha portato via quasi tutto, lasciandogli un unico motivo per cui continuare a combattere, Costner ci mette mestiere e tenerezza. Aveva ragione il suo Butch Haynes, delinquente dal cuore tenero di Un mondo perfetto quando diceva che “bisogna guadagnarsela, la fiducia”. Lui lo ha fatto, in trent’anni di carriera, con quel suo stile sobrio e contenuto, eroe austero in mezzo a un mondo di eccentrici, nel cinema come nella vita.

Voto 5,5

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Carolina Tocci

Giornalista freelance e blogger, un giorno le è venuta l'idea di aprire questo sito. Scrive di cinema e gossip e nel buio di una sala cinematografica si sente a casa.

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