Festival di Roma 2014 – Giorni 8 e 9

Di Fabio Giusti
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LA FORESTA DI GHIACCIO di CLAUDIO NOCE

Il cast de La foresta di ghiaccio

Il cast de La foresta di ghiaccio

Niente da fare per La foresta di ghiaccio, terzo film italiano presentato al Festival, thriller dimenticabile firmato da Claudio Noce (Good Morning Aman) con Emir Kusturica, Adriano Giannini e Ksenija Rappoport. La pellicola, girata interamente tra i boshi del Trentino, vorrebbe portare sullo schermo una storia sporca e torbida, con personaggi da noir (purtroppo solo nelle intenzioni dell’autore), con un passato da dimenticare e loschi traffici su cui indagare. Spunto interessante e drammaticamente legato all’attualità (se vedrete il film capirete il perché), ma a parte la sempre brava Rappoport – qui alle prese con un personaggio legnosetto – e un convincente Giannini Jr., è un brodino insipido che aspira ad essere una pietanza da chef stellato. Pretenzioso senza motivo.

Voto 4

LARGO BARACCHE di GAETANO DI VAIO

Tony D'Angelo, Nino D'Angelo e Gaetano Di Vaio per Largo baracche

Tony D’Angelo, Nino D’Angelo e Gaetano Di Vaio

Nella serata di ieri, poi, abbiamo assistito all’anteprima del bel documentario Largo Baracche diretto e prodotto da Gaetano Di Vaio.
Filmare una città complessa e connotata come Napoli attraverso il suo disagio è cosa complessa e perennemente a rischio retorica. Di Vaio (anche tra gli interpreti del riuscitissimo Take Five di Guido Lombardi, visto lo scorso anno qui a Roma e uscito recentemente nelle sale) aggira questo ostacolo con facilità perché parla di cose che ha evidentemente vissuto in prima persona.
L’autore infatti ha un passato – all’inizio del film ne parla approfonditamente – di droga e criminalità che lo ha portato anche a vivere l’esperienza del carcere e, forse proprio grazie a questo curriculum di strada, non ha alcun problema a guadagnarsi il rispetto e la fiducia dei sette ragazzi di cui ci mostra un pezzetto di vita.
Storie semplici, di un gruppo – o una “batteria del bene”, come loro stessi si definiscono – di bambini diventati uomini troppo presto loro malgrado e dei tentativi, spesso vani, di sottrarsi a un destino che sembra impresso a fuoco sulla pelle di chiunque nasca nel posto sbagliato.
Il posto sbagliato, in questo caso, è rappresentato dagli strettissimi vicoli dei Quartieri Spagnoli, un dedalo di strade che si intersecano senza soluzione di continuità, a solo pochi passi da Piazza del Plebiscito.
Per sessanta minuti vediamo – e soprattutto ascoltiamo – questi scugnizzi parlare di disoccupazione, politica, disparità sociali, camorra e anche d’amore con una lucidità e un livello di consapevolezza che forse non ci si aspetterebbe nemmeno di trovare in contesti urbani così disagiati.
Di Vaio invece è bravo nel far emergere la voglia di riscatto di un gruppo di giovani che non si rassegna al grande nulla e che magari non riuscirà ad andar lontano, ma almeno ci prova.
Bello e necessario.

Voto 7

NIGHTCRAWLER di DAN GILROY

Dan Gilroy (sceneggiatore di The Bourne Legacy) fa il suo esordio alla regia con Nightcrawler, potentissimo e lucido apologo sulle possibili derive della TV verità abilmente travestito da thriller e presentato oggi al Festival nella sezione Mondo Genere.
La storia è quella del giovane Lou Bloom (Jake Gyllenhaal nell’ interpretazione forse più convincente in carriera) che, non riuscendo a trovare un lavoro, decide di munirsi di una videocamera e di passare le notti accorrendo sui luoghi delle emergenze per riprendere, spesso addirittura in anticipo sull’arrivo dei soccorsi, immagini cruente da vendere alle emittenti televisive per le news del mattino.
Il successo immediato rende Lou sempre più insensibile e spietato e lo porta ad interferire con l’arresto di due pericolosi criminali pur di ottenere un ulteriore e remunerativo scoop.
Film riuscitissimo sin dalle sue sequenze iniziali (una Los Angeles notturna e cupa come non la si vedeva dai tempi di Collateral) Nightcrawler convince su tutti i fronti e, anche laddove prende una posizione molto forte sulla questione etica del filmabile e del punto oltre il quale non ci si dovrebbe mai spingere, non lo fa attraverso il classico e abusato meccanismo della parabola di redenzione.
Il protagonista infatti perde gradualmente umanità, ma l’autore ci tiene a suggerire allo spettatore come imboccando certe strade, il più delle volte il ritorno non sia contemplato.
Lo stesso vale per il sistema dei network televisivi, descritti come covi di sciacalli all’interno dei quali i pochi refrattari a certi metodi di sfruttamento del dolore vengono prima ridotti in minoranza e poi al silenzio.
Piace inoltre il nervosismo controllato di una regia che non indugia mai sui particolari più raccapriccianti e forse, proprio in virtù di questa scelta, scuote e turba di più di chi certe scene le mostra.
Senza ombra di dubbio, uno dei migliori film visti nel corso di questa edizione del Festival.

Voto 8

BLACK AND WHITE di MIKE BINDER

E oggi al Festival è arrivato anche Kevin Costner, nella capitale con sua figlia Lily per presentare il film di Mike Binder di cui è protagonista, oltre che produttore.

In Black and White ritroviamo l’attore in versione nonno, impegnato in una battaglia legale per la custodia della nipotina. La figlia di Elliott Anderson (Costner), un brillante avvocato, perde la vita dando alla luce una bambina, Eloise, che è cresciuta con i nonni materni. Quando Elliot perde anche sua moglie, la nonna paterna della piccola (Octavia Spencer) si farà avanti, rivendicando il diritto del figlio di crescere la bambina. E’ a questo punto che l’uomo si troverà coinvolto in una dura battaglia legale per la custodia della nipote.

Finalmente un bel personaggio per Kevin Costner, dopo le sue recenti incursioni in ruoli di contorno (Man of Steel) o comunque non indimenticabili (3 Days to Kill). Nell’interpretare un uomo devastato dalla vita, che gli ha portato via quasi tutto, lasciandogli tuttavia un motivo per cui continuare a combattere, l’attore ci mette mestiere e tenerezza. Black and White è un dramma familiare nel quale emergono problematiche drammaticamente attuali come la lotta di classe e il razzismo, che lo stesso Costner, durante la conferenza stampa di questa mattina, ha tenuto a sottolineare: “L’odio razziale è ancora una piaga della società americana, ma – assicura – nel mio film c’è molto di più”.

Il film è ambientato in due realtà differenti all’interno della stessa città, Los Angeles. A Compton e a Beverly Hills. Io sono nato a Compton. Credo che una degli aspetti più significativi del film risieda nel fatto che la piccola Eloise passi del tempo con l’altra famiglia, quella di suo padre, e che trascorra le giornate sia a Compton che a Beverly Hills. Credo che Black and Wite sia una grande sceneggiatura americana, perché racconta una storia molto americana con l’augurio che riesca ad essere universale. Il razzismo è una piaga con cui ci troviamo a combattere ogni giorno. Nel film c’è una parte in cui il mio personaggio dice che la prima cosa che vede in una donna è il decolletè. E’ la verità. Ma questo non fa di lui un maniaco o un pervertito. Con il colore della pelle è lo stesso. Non è il primo pensiero che conta, ma il secondo, il terzo… Quando ho letto quella parte dello script ho capito che quelle parole erano geniali“.

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Fabio Giusti

Da sempre convinto che, durante la proiezione di un film, nulla di brutto possa accadere, ha un passato da sceneggiatore, copywriter e altre prescindibili attività. A parte vedere film fa ben poco.

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