L’ultimo lupo

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Sono passati quasi sette anni da quando una delegazione del governo cinese incontrò il regista Jean-Jacques Annaud a Parigi, proponendogli di adattare per lo schermo Il totem del lupo, il libro di Jiang Rong uscito nel 2004 (in Cina il volume più letto in assoluto dopo il Libretto rosso di Mao). Vi si racconta la storia di Jiang Rong, studente di Pechino che nel 1967, all’inizio della rivoluzione culturale, fu mandato in Mongolia a insegnare ai pastori nomadi, rimanendo affascinato dalla loro cultura. Possiamo solo immaginare l’espressione che avrà fatto Annaud alla chiamata della Cina: proprio a lui che aveva girato Sette anni in Tibet (il governo della Repubblica Popolare Cinese in quell’occasione sostenne che nel film gli ufficiali militari cinesi erano stati descritti volutamente come brutali e arroganti e il governo per questo mise al bando Annaud e i suoi due protagonisti Brad Pitt e David Thewils). Ma gli anni passano e le cose cambiano. La delegazione rassicurò il regista: “Siamo persone pragmatiche, abbiamo bisogno di lei”. E L’ultimo lupo ora è nelle sale.

Presentato in anteprima nei giorni scorsi al Festival di Bari, la pellicola si apre con lo studente Chen Zhen che viene inviato nelle zone interne della Mongolia per educare una delle tribù ai principi della Rivoluzione Culturale. A contatto con una realtà diversa dalla sua, Chen scopre di avere molto da imparare da quella piccola comunità, sulla libertà ma specialmente sul lupo, la creatura più riverita della steppa. Affascinato dall’astuzia e dalla forza dell’animale e rapito dal legame che i pastori mongoli sono riusciti ad instaurare con gli appartenenti a quella specie, Chen un giorno trova un lupacchiotto e decide di addomesticarlo. Ma il forte rapporto che si crea tra i due sarà minacciato dagli altri membri della tribù e dalla decisione di un ufficiale del governo di eliminare tutti i lupi della regione.

E’ il regista dello spazio e del tempo Jean-Jacques Annaud, che nei suoi film ci ha accompagnato in epoche remote (La guerra del fuoco, Il nome della rosa) e in paesi culturalmente e fisicamente lontani (L’amante, Sette anni in Tibet, Il principe del deserto), ma anche delle sfide più estreme, affatto intimorito dal portare al cinema storie dai dialoghi pressoché inesistenti e con animali feroci come protagonisti. E anche in questa occasione, come per Due fratelli e L’orso, l’autore francese ha deciso di assumersi un rischio di natura produttiva, ancor prima che espressiva e filologica, piuttosto notevole:  40 milioni di dollari di budget, un cast tecnico composto da 500 persone, 25 lupi e una cinquantina di addestratori capitanati da Andrew Simpson, animal trainer scozzese che si è trasferito in Cina per tre anni per seguire il progetto. Un po’ fiaba ecologica dal respiro epico e un po’ documentario del National Geographic, il film di Annaud, nel raccontare la storia di un’amicizia ai limiti del possibile tra un uomo e un lupo, in realtà punta l’obiettivo su quest’ultimo inteso come razza e sulla perfidia dell’uomo civilizzato che alla fine si rivelerà gretto e impreparato davanti ai misteri della natura, oltre che sulla barbara violazione di un ecosistema ancora incontaminato. Nell’assistere alla macchina da pesa che indugia sugli spazi sterminati della Mongolia e sui primi piani dei predatori dagli occhi gialli e obliqui, quasi a volerli contemplare, indubbiamente la parte più riuscita della pellicola, c’è anche da dire che si patisce non poco per quei (pochi) dialoghi scarni, mal scritti e in certi casi del tutto superflui, che interrompono bruscamente le emozioni suscitate dai paesaggi. Così come per la distinzione spiccia tra bene e male, piuttosto ingenua e del tutto priva di sfumature. Ma se l’obiettivo di Annaud, anche questa volta, era di risvegliare le coscienze sopite, allora il messaggio de L’ultimo lupo arriva dritto al punto.

Voto 6

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Carolina Tocci

Giornalista freelance e blogger, un giorno le è venuta l'idea di aprire questo sito. Scrive di cinema e gossip e nel buio di una sala cinematografica si sente a casa.

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