Run All Night – Una notte per sopravvivere

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Basta davvero poco per mandare in rovina la propria reputazione e per farle assumere i connotati di un’involontaria caricatura: dall’umiliante buffoneria di Johnny Depp all’inerzia protezionista di Will Smith, dalla paura di crescere di Jim Carrey all’evidente masochismo di Nicolas Cage, si possono citare manciate di carriere precipitate inesorabilmente dalla A-list all’abisso dell’autoparodia, dal rispetto incondizionato di pubblico e critica allo status di barzelletta vivente.

Meno appariscente, ma forse più netta, è la metamorfosi subita dal percorso professionale di Liam Neeson, passato dalla posizione defilata e dignitosa dei suoi trascorsi autoriali (la Coppa Volpi per Michael Collins, le candidature agli Oscar per Schindler’s List e per Kinsey) e dalla partecipazione discreta a franchise di enorme riscontro commerciale (la trilogia prequel di Star Wars e i Batman di Nolan) all’inopinata seconda giovinezza all’insegna dell’azione pura inaugurata nel 2008 da Taken – Io vi troverò e bissata indefessamente da un lustro abbondante di spesso indiscernibili copie carbone costantemente a base di regolamenti di conti, di passati ingombranti e/o di performance muscolari in barba all’incedere dell’età.

Non fa eccezione questo Run all Night, terza collaborazione consecutiva con l’ex-rivelazione dell’horror Jaume Collet-Serra dopo Unknown e Non-Stop, thriller newyorkese che sogna le faide bostoniane di Dennis Lehane e le atmosfere notturne di Michael Mann (nientemeno che la sequenza della tavola calda di Heat, a un certo punto) ma che si accontenta di replicare le più modeste e formulaiche suggestioni del cinema di Michael Winner (Il giustiziere della notte e, ancor più, Professione: assassino), confermando tristemente e instancabilmente l’attore sessantaduenne come il corrispettivo contemporaneo di Charles Bronson e come il nuovo simbolo di un filone geriatrico-pistolettaro a prova di ridicolo.

A giustificare questo nuovo pretesto per circa due ore di spari e botti, i soliti ingredienti pescati dal grande libro dei cliché: un sicario sul viale del tramonto e in cerca di tardiva redenzione (Neeson), un sottobosco malavitoso temibile ma sorretto dall’etica del mos maiorum (incarnato da un distinto, malinconico Ed Harris, senza dubbio quanto di meglio la pellicola abbia da offrire), un figlio estraniato e rancoroso (l’ex-Robocop Joel Kinnaman) con cui recuperare i rapporti, l’ultimo poliziotto puro (l’invecchiatissimo Vincent d’Onofrio di Full Metal Jacket) in una città sepolta dalla corruzione, un killer inarrestabile à la Terminator (il rapper Common), e chi più ne ha, più ne metta, protagonisti di una risaputa successione di sparatorie, scazzottate e inseguimenti di routine messi in scena senza creatività né guizzi di regia, se non per alcuni sporadici raccordi in stile Google Earth a dir poco inguardabili e per uno sciagurato prologo in flash-forward sulla scia di Carlito’s Way che sceglie inspiegabilmente di spoilerare le poche sorprese possibili.

E anche a causa di certe digressioni che non portano da nessuna parte – specie il ruolo fulmineo di uno spettrale Nick Nolte, quasi certamente sacrificato dal montaggio definitivo e pertanto non accreditato – Run All Night fallisce nel suo mero intento intrattenitivo e pare fatto apposta per una platea totalmente a digiuno di action movie, aggirandosi fra la prevedibilità dei topoi (le meccaniche familiari, l’amicizia virile, il riscatto finale) e l’assurdità degli snodi (l’implausibile fuga pirotecnica dal condominio popolare, la carneficina nel pub compiuta col minimo sforzo, il tono assolutamente conciliante dell’epilogo), troppo serioso per tentare un approccio ruspante da b-movie d’altri tempi e troppo stravisto per potersi dire moderno.

Privo tanto dell’ostentata, consapevole cafonaggine dei tre Taken quanto della ricercatezza degli appena più definiti The Grey e La preda perfetta, Run all Night si assesta su un rassicurante e scolastico taglio generico da ABC del neo-noir, su una costruzione pigra e ritrita che funge principalmente da giustificazione per la nuova tappa di un fenomeno virale destinato a ripetersi ad nauseam, su un mosaico di convenzioni intercambiabili messe insieme con il solo scopo di regalare al distratto spettatore da multisala l’ennesimo, indistinguibile film con Liam Neeson che spara in faccia alla gente.

E questo, francamente, ci sembra che con il cinema non abbia nulla a che fare.

Voto 4

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