Silence

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La fascinazione di Martin Scorsese, cresciuto seguendo i dettami di una ferrea educazione cattolica (tanto che coltivò, da adolescente, il sogno di diventare prete, prima di dedicarsi, fortunatamente, al cinema), nei confronti della religione è cosa nota. All’interno delle sue opere spesso sono presenti i dubbi, le incertezze e le pulsioni nei confronti di una fede che si palesano attraverso simboli e iconografie che negli anni abbiamo imparato a riconoscere come un elemento ricorrente della sua filmografia, dal sangue come ingrediente catartico e liberatorio al tema del peccato, fino alla violenza che provoca quella sofferenza fisica, che è la sola via per la purificazione.



Non stupisce dunque che, a due anni da L’ultima tentazione di Cristo (1988), Scorsese volesse già dirigere un nuovo film a tema religioso e Silence, il romanzo di Shûsaku Endô, offriva le tematiche perfette con cui misurarsi. Ambientato nel Giappone del XVII secolo, racconta la storia di due missionari gesuiti, Padre Sebastião Rodrigues (Andrew Garfield) e Padre Francisco Garrpe (Adam Driver), che decidono di lasciare il Portogallo e partire alla volta del paese del Sol Levante. Il loro obiettivo è duplice: diffondere il cristianesimo tra la popolazione giapponese e scoprire cosa ne è stato davvero del loro mentore Padre Cristóvão Ferreira (Liam Neeson), accusato di aver commesso apostasia.

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Opera monumentale (non solo per le due ore e quaranta di durata) girato in pellicola 35mm, Silence è un film di un rigore compositivo estremo e di una ferrea compostezza formale. Le inquadrature perfettamente bilanciate sembrano quasi delle gabbie da cui è impossibile trovare vie di fuga, un simbolismo che trova una controparte calzante nelle varie prigioni in cui i due gesuiti vengono rinchiusi (prima la capanna da cui non potranno uscire se non di notte, poi altri spazi delimitati da sbarre per costringere non tanto il corpo, quanto la potenzialità della parola dei religiosi, per non parlare delle stuoie in cui i cristiani venivano avvolti e gettati in mare). A far da contraltare a questo senso di costrizione e di occultamento, c’è l’infinito, la spiritualità interiore, la fede incondizionata di Padre Rodrigues (Andrew Garfield mostra una sorprendente maturità artistica nell’interpretarlo) il cui credo inattaccabile sconfina nell’arroganza di chi possiede la verità, quella indiscutibile e assoluta, per cambiare il mondo.

Esattamente alla stregua del Charlie di Mean Streets, che si credeva erede di San Francesco o del Travis, giustiziere di Taxi Driver, anche Padre Rodrigues ha una missione da compiere. Una missione per lui assolutamente giusta e insindacabile, i cui intenti iniziano a vacillare quando l’incontro con un popolo “altro” che abbraccia il buddismo e che, senza risparmiarsi nulla in quanto a violenza, tenta di salvare la propria identità religiosa e culturale, tira fuori le proprie ragioni, altrettanto valide. Non è un problema solo religioso o etico, ma diventa, soprattutto, un problema culturale. E da qui le domande: fino a che punto è considerato ancora un bene seguire Dio se il farlo reca sofferenza al prossimo? Ha più valore la fede nella Parola di Dio o la misericordia? E perché Dio rimane in silenzio di fronte ai carnefici giapponesi che uccidono i cristiani senza pietà? E poi, davvero calpestare l’immagine di Dio può essere considerato un atto di fede?

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Il distacco del regista nel proporre questa parabola sul destino della cristianità in terra d’oriente, che poi non è altro se non una ricerca sulla natura stessa del credere, è funzionale a quello che vuole trasmetterci. Scorsese ci mostra una serie di fatti, terribili e strazianti, e ci induce a riflettere su di essi e sulle loro conseguenze. Non cerca l’empatia, né tantomeno l’approvazione: lo spettatore è solo, abbandonato davanti a questa immensa mole di questioni che gli vengono proposte.
Silence si prende i suoi tempi (eccessivamente lunghi, è vero) per affrontare ogni tematica che tocca in modo approfondito e dettagliato. Ne esce un affresco contemplativo sull’uomo e sulla spiritualità, sulla fede in tutte le sue forme. E su come un atto che è a tutti gli effetti la negazione stessa del dogma come lo Yefumi (il calpestamento di una tavoletta raffigurante il Cristo o la Vergine Maria), possa diventare un gesto attraverso il quale si accede a un livello di fede superiore. Dopo, c’è solo il silenzio.

Voto 8

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Carolina Tocci

Giornalista freelance e blogger, un giorno le è venuta l'idea di aprire questo sito. Scrive di cinema e gossip e nel buio di una sala cinematografica si sente a casa.

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