Lo straordinario viaggio di T.S. Spivet

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T.S. Spivet (Kyle Catlett) è un bambino prodigio di 10 anni appassionato di cartografia e invenzioni.
Vive in un ranch nel Montana insieme alla mamma (Helena Bonham Carter), esperta di morfologia degli insetti, al padre, cowboy nato nel periodo storico sbagliato e a una sorella quattordicenne che sogna di diventare Miss America. Aveva anche un gemello, Layton, morto in un incidente da cui la famiglia sembra non essersi mai davvero ripresa.
T.S. passa quindi le sue giornate, sostanzialmente ignorato dai genitori, perfezionando una macchina per il moto perpetuo di sua invenzione.
Quando un giorno riceve una telefonata inaspettata dallo Smithsonian Institute che gli annuncia la vittoria del prestigioso premio Baird, il bambino decide di andarlo a ritirare da solo, all’insaputa di tutti.
Salta quindi su un treno merci e intraprende uno straordinario e inaspettato viaggio attraverso l’America in direzione Washington. Ma allo Smithsonian nessuno sa che T.S. è solo un bambino.



A quasi due anni dalla sua uscita in Francia, arriva anche da noi – complice il passaggio all’ultimo Festival di Roma – l’ultimo film di Jean-Pierre Jeunet, tratto dal romanzo di Reif Larsen Le mappe dei miei sogni ed è un ottimo spunto per ragionare sulla parabola artistica di un autore che, ad oggi,  sembra aver promesso più di quanto in realtà non sia riuscito a mantenere.
Se infatti è facile individuare ne Il meraviglioso mondo di Amelie la summa di un’estetica notevolissima e peculiare, sviluppata fino ad allora con rara coerenza anche quando imbrigliata dalle logiche commerciali hollywoodiane (è il caso, ad esempio, del quarto e tuttora ultimo capitolo della serie di Alien), tutto ciò che Jeunet ha prodotto in seguito appare a posteriori come una serie di tentativi, riusciti solo in parte, di fuggire da un successo che rischiava di fagocitarlo e di ingabbiarne la sfrenata creatività all’interno di un paradigma estetico che quello stesso film aveva creato.

Solo due film nell’arco di tutto il decennio successivo di cui uno (Una lunga domenica di passioni) che rappresentava la chiara voglia di portare Amelie (la conferma di Audrey Tautou in questo senso è indicativa) via dal suo meraviglioso mondo e che venne però bacchettato dagli scarsi risultati al botteghino e l’altro (L’esplosivo piano di Bazil), poco più che un didascalico esercizio di stile a uso e consumo di tutti quelli che da Una lunga domenica di passioni erano rimasti delusi e, di conseguenza, reclamavano qualcosa che somigliasse a un ritorno alle origini da parte di Jeunet.
Il regista francese condensa infatti nel proprio stile l’immaginazione anarchica di Terry Gilliam (compreso il suo retaggio grottesco, diretta emanazione dell’irripetibile stagione spesa coi Monty Pithon) e le mirabilie tecniche di Luc Besson, ma in più ci mette di suo uno sguardo bambino che ha sempre rifiutato il ricorso alla distopia come filtro attraverso il quale osservare la realtà.

Era facilmente immaginabile quindi che, prima o poi, Jeunet potesse cimentarsi anche con un film dichiaratamente pensato per il mondo dell’infanzia e il risultato è questo Straordinario viaggio di T.S. Spivet che, pur essendo un prodotto in tutto e per tutto francese, prende il road movie, genere americano per eccellenza e lo sposa con il romanzo di formazione.
Ciò che ne vien fuori, purtroppo, è ampiamente al di sotto delle aspettative.
E’ ovviamente – ma trattandosi di un film di Jeunet è quasi pleonastico a dirsi – una discreta gioia per gli occhi, amplificata da un uso piuttosto accorto del 3D, ma è incredibilmente lontano dal mondo del regista francese.
Se si esclude la voce narrante e l’universo di genialità naif che accompagna e sostiene il piccolo protagonista – di fatto una sorta di Amelie bambino – Lo straordinario viaggio di T.S. Spivet porta impressa la dicitura ‘film su commissione’ su ogni suo singolo fotogramma.
Nulla o quasi rimane dell’inconfondibile stile di un autore che qui sembra limitarsi e limitare il suo immaginario al minimo sindacale, tanto che se non si sapesse in anticipo il nome del regista, questo film avrebbe ben pochi motivi di essere considerato oggetto di interesse.
Perché è nulla più che un semplice film per bambini, pieno zeppo di un buonismo fuori luogo per una generazione cresciuta a pane e Transformers e che non credo possa trovarsi particolarmente a proprio agio con i chili di zucchero e miele in cui l’epilogo di questo film sembra essere intinto.

Voto 4,5

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Fabio Giusti

Da sempre convinto che, durante la proiezione di un film, nulla di brutto possa accadere, ha un passato da sceneggiatore, copywriter e altre prescindibili attività. A parte vedere film fa ben poco.

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