Remember

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Il cinema di Atom Egoyan ha sempre avuto a che fare con la persistenza della memoria, con la sua fragilità e con la necessità di rimaneggiarla per accettare il presente: dal passaggio traumatico della dimensione mnemonica verso la sua ricostruzione finzionale che costituiva il fulcro – privatissimo – di Mondo virtuale e – storiografico – di Ararat, alla rielaborazione pantomimica delle dinamiche di coppia di Calendar, fino allo sconfinamento metatestuale di False verità e di Adoration, la produzione del cineasta canadese assomiglia a una riflessione ininterrotta sul potere e sui limiti dell’affabulazione, coniugata ora con il linguaggio sofisticato del dramma dell’alienazione, ora con l’approdo ai territori del thriller puro.

Questa seconda attitudine, sintetizzata irripetibilmente da un capolavoro dimenticato come Il viaggio di Felicia, ha finito per risolversi in un’eccessiva, superficiale concessione ai meccanismi del cinema di genere a scapito di quell’originalità e di quella questione etica, già al centro di Ararat, che qualificavano Egoyan come uno degli autori più integri e giudiziosi della sua generazione, cui sicuramente non ha giovato la scelta di partecipare meno alla fase di scrittura dei propri progetti.

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Non fa eccezione, dopo le delusioni di Chloe, di Devil’s Knot e di The Captive, neanche questo Remember, nuova tappa di quella “ricerca della verità” che dagli esordi sottende il suo cinema e che oggi appare piegata agli stratagemmi e ai mezzucci della suspense, dell’intrigo e del ricatto, aspetto ancora più discutibile se a venire tirati in ballo con cinica disinvoltura e quasi esclusivamente in virtù della loro funzione narrativa sono temi da prendere con le pinze, dall’incubo della depersonalizzazione provocata dalla demenza degenerativa alla rievocazione dei fantasmi della Seconda Guerra Mondiale (e il fatto che l’uscita in sala cada a ridosso di quella de Il figlio di Saul e, in generale, delle commemorazioni del 27 gennaio non fa che acuire le perplessità).

Perché a parte richiedere una dose notevole di sospensione dell’incredulità, tale da immaginare un novantenne reduce di Auschwitz (un Christopher Plummer commovente e degno di miglior causa) a scorrazzare per l’America in cerca dell’aguzzino che gli sterminò la famiglia, l’operazione di Egoyan non esita a colpire basso, come nel miserabile incontro con lo sceriffo neo-nazista, ma anche con le costanti reminiscenze, fra cani abbaianti, docce e vagoni, degli orrori del lager, a banalizzare – si pensi alla facilità con cui viene scagionato ciascuno dei papabili oggetti della ricerca del protagonista, uno perché “troppo effeminato”, un altro perché “troppo ebreo” – e soprattutto a giocare sporco con un rovesciamento finale che vorrebbe dirsi dirompente e sconcertante ma che, oltre a essere intuibile già dall’inizio, è soltanto un atto di disonestà e di cinismo nei confronti dello spettatore, costretto a reinterpretare quanto visto allargando ulteriormente i buchi di logica.

Più che alla declinazione ottuagenaria di Memento, quindi, Remember fa pensare a un aggiornamento incoerente de Lo straniero di Welles – senza nemmeno l’alibi dell’urgenza storica – o a una variazione de I ragazzi venuti dal Brasile deprivata di quei consapevoli eccessi camp che rendevano quest’ultimo un piccolo film di culto, e se la colpa di Egoyan consiste principalmente nell’aver barattato da tempo il proprio linguaggio scrupoloso in cambio di un tocco decisamente più grossolano, il carico è tutto sulle spalle del giovane sceneggiatore Benjamin August – oltretutto all’opera prima -, incapace di maneggiare la materia con la dovuta delicatezza e sfoggiando una sensibilità da tv-movie per le reti generaliste, distraendosi solo di rado, con qualche timida notazione sociologica (l’acquisto, assurdamente semplice, della pistola, come in un qualsiasi discount), dalla costruzione dell’enigma e dalla sua dissimulazione.

Poteva trattarsi dell’occasione giusta, visto l’esaurimento ormai prossimo delle testimonianze dirette, per scrivere l’ultima pagina sull’impatto della Shoah nel contemporaneo o per ritrovare il filo di quell’amara dissertazione sul ricordo di cui l’artefice de Il dolce domani è stato fine dicitore – e, per restare in tema, rimandiamo al bellissimo I nostri anni di Gaglianone, che all’Olocausto sostituisce la Resistenza -, ma a predominare è stata più che altro l’intenzione di puntare sulle emozioni e sui brividi da due soldi.

Voto 4.5

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