Land of Mine

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Land of Mine

Proprio quando si inizia a pensare che ormai sulla Seconda Guerra Mondiale al cinema si sia già visto di tutto, ecco che arriva una storia piccola e poco nota raccontata da un punto di vista decisamente singolare a dimostrare che non è affatto così. Land of Mine il film scritto e diretto dal danese Martin Zandvliet (al suo quarto lungometraggio dopo Dirch, Applause e Teddy Bear) fa proprio questo: porta alla luce uno dei capitoli più bui e sconosciuti della guerra, cancellato anche dai libri di scuola e lo racconta da una prospettiva quantomeno insolita. Nei giorni che seguirono la resa della Germania nazista nel maggio del ’45, i soldati tedeschi rimasti in territorio danese furono deportati e vennero messi a lavorare per quelli che erano stati i loro prigionieri. Senza la benché minima esperienza e competenza nel settore, furono inviati a disinnescare più di due milioni di mine che i loro connazionali avevano sparso lungo la costa occidentale del paese, dopo aver previsto erroneamente in quella zona lo sbarco delle forze alleate. Il film si sofferma su un gruppo di questi soldati, per lo più ragazzini, e sul loro rapporto con il Tenente Carl (Roland Møller), l’ufficiale tedesco che ha il compito di coordinare il loro lavoro e di sorvegliarli.



Inutile girarci intorno, Land of Mine è un pugno ben assestato alla bocca dello stomaco che svela una vicenda di rara drammaticità e Martin Zandvliet restituisce allo spettatore una vicenda cruda con la consapevolezza di chi sa di far bene a raccontarla, anche se a distanza di settant’anni. Dotato di una suspense che in alcuni momenti fa davvero accapponare la pelle e girato in modo asciutto ed essenziale, Land of Mine offre un singolare spunto di riflessione sul completo ribaltamento della prospettiva da cui siamo stati abituati a osservare (e a giudicare) la guerra. Ci si ritrova infatti a parteggiare per quelli che, in teoria, sono i cattivi ma che in realtà non sono altro che adolescenti con lo sguardo di chi ha visto troppo, ai quali è stato detto che lo sminamento delle spiagge danesi è l’unica impresa a separarli da casa. Alternando momenti in cui la tensione è tangibile e quasi insopportabile ad altri più sereni, Zandvliet mostra con un linguaggio semplice e univoco che in guerra la differenza la fanno solo le bandiere e che in fondo non c’è nulla di strano se, parlando con il nemico, ci si scopre a condividere con lui sogni e ambizioni.

Voto 7

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Carolina Tocci

Giornalista freelance e blogger, un giorno le è venuta l'idea di aprire questo sito. Scrive di cinema e gossip e nel buio di una sala cinematografica si sente a casa.

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