La comune

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Quello che oggi viene chiamato cohousing, con un neologismo che fa tanto cool, fino a poco fa rispondeva al nome di comune. Un gruppo di persone che, sia per sopperire alla noia della vita familiare tradizionale, sia per limitarne le spese, sceglieva di condividere spazi e servizi di un’abitazione. Nel caso del film di Thomas Vinterberg si tratta di una splendida villa alle porte di Copenhagen. Tratto dalla pièce già portata a teatro dal regista danese e dal co-sceneggiatore Tobias Lindholm, La comune racconta la storia di Erik (Ulrich Thomsen), che negli anni Settanta eredita da un parente la dimora d’epoca di cui sopra. Ma la casa è troppo grande e costosa per una famiglia di tre persone, così sua moglie Anna (Tryne Dyrholm) lo convince a trasformarla in una comune. Ben presto però questa scelta, che in un primo momento appare solo come un’opzione stuzzicante e come un interessante esperimento sociologico, porta alla luce una serie di conflitti e di situazioni fino a quel momento tenuti a bada.



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Non è la prima volta che il regista danese ex membro di Dogma 95, il gruppo di anarcocinematografici capeggiato di Lars Von Trier, racconta la famiglia nei suoi film. Da Festen fino al più recente Il sospetto, lo ha fatto evidenziandone gli aspetti più problematici e i segreti più reconditi, soffermandosi spesso sui rapporti anticonvenzionali tra i membri che la compongono. Ma qui il discorso si amplia: avendo vissuto egli stesso in una comune fino all’età di dicianove anni, Vinterberg tratta la materia con una certa dimestichezza, evitando di finire schiavo del disfunzionalismo familiare tipico di quegli ambienti ed evidenziandone, invece, gli aspetti più intimi e i cambiamenti interiori che un simile stile di vita può apportare a chi sceglie di condurlo.

Ecco allora che la grande casa condivisa, che inevitabilmente porta con sé un comportamento libero e svincolato dalle convenzioni sociali, funge da elemento deflagrante, più che da rifugio, per far uscire allo scoperto paure, sentimenti e rancori inesplosi. Quello che però viene presentato come un film corale a tutti gli effetti, si rivela invece essere estremamente intimista nel mostrare le crisi personali di alcuni individui del gruppo (principalmente Erik e Anna), lasciando gli altri sullo sfondo, a fare da tappezzeria. Ed è forse questo il difetto principale de La comune, il continuo passare con poca cognizione di causa ed eccessiva disinvoltura, dal generale al particolare, a scapito degli equilibri narrativi. Un difetto parzialmente arginato dalle interpretazioni di Ulrich Thomsen e di Tryne Dyrholm, quest’ultima meritatamente premiata a Berlino con l’Orso d’argento. La sua Anna è un compendio di forza e fragilità, vero cuore della storia e del film.

Voto 6

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Carolina Tocci

Giornalista freelance e blogger, un giorno le è venuta l'idea di aprire questo sito. Scrive di cinema e gossip e nel buio di una sala cinematografica si sente a casa.

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