Il drago invisibile

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Gli anni Settanta, in casa Disney, non furono esattamente un gran periodo, soprattutto se paragonati ai fasti dei decenni precedenti, anche se nel 1977 vide la luce un film che riuscì a far breccia nel cuore dei più piccoli. Era la storia di un bambino e di un drago, realizzata in tecnica mista e sotto forma di musical: era Elliott il Drago Invisibile. Fu una pellicola che non incontrò immediatamente il favore del pubblico, tanto che, a causa dei magri incassi, fu ritirata dalle sale per tornarvi, sette anni dopo, in una versione piuttosto ridotta. Ma il successo e la fama di Elliott il Drago Invisibile arrivarono non tanto dal cinema, quanto dai successivi passaggi in TV e dall’home video. A incuriosire e appassionare era proprio questo drago, tutto verde con capelli, ali e cresta dorsale rosa realizzato in animazione che si muoveva in ambienti reali, un po’ sul genere di Pomi d’Ottone e Manici di Scopa o di Mary Poppins.

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Così, continuando a cavalcare l’ondata di nostalgia che la Disney attraversa da un po’ di tempo a questa parte, ecco arrivare nelle sale il remake di quel curioso e insolito successo, naturalmente riadattato, narrativamente e tecnicamente, ai nostri giorni. Il drago invisibile inizia con una storia, quella che il signor Meacham (Robert Redford), un vecchio intagliatore di legno, racconta ai bambini della sua città, di un drago che si nasconde nelle foreste del Pacific Northwest, ai confini con il Canada. Per sua figlia Grace (Bryce Dallas Howard), che lavora come guardia forestale, sono solo leggende, finché non incontra Pete (Isiah Whitlock jr.), misterioso bambino di dieci anni, senza casa né famiglia, che sostiene di vivere nella foresta insieme a un gigantesco drago verde di nome Elliott. Stando alle descrizioni di Pete, Elliott sembra estremamente simile al drago presente nei racconti del signor Meacham. Non ci vorrà molto perché anche Grace e suo padre si ritrovino nel mondo di Pete e del suo incredibile amico.

Un po’ Tarzan e un po’ Il Libro della giungla (soprattutto nei primi venti minuti) Il drago invisibile inizia con una forte, fortissima sensazione di déjà-vu, soprattutto con la pellicola di Jon Favreau, vista pochi mesi fa: tra l’incipit dei due film l’unica differenza sembra infatti essere l’ambientazione. Poi la storia di Pete e di Elliott inizia a prendere le distanze da quella di Mowgli e a connotarsi come vicenda a sé. Disneyano fin nel midollo, con tutti i temi cari alla casa di Burbank dall’ambientalismo alla crescita interiore, dal senso della famiglia al potere salvifico dell’amicizia, il film di David Lowery (Senza santi in paradiso) procede spedito e regala il meglio nei momenti di interazione tra Pete ed Elliott, che negli atteggiamenti ricorda molto più un cane che non un rettile alato e sputafuoco. Pur nella sua ingenua semplicità da family movie, Il drago invisibile conserva in una struttura ampiamente sperimentata il suo punto di forza, ma anche il suo più grande limite nel non tentare di uscire neanche un po’ da un percorso codificato e “sicuro”. Tenerissimo l’Elliott realizzato dalla Weta Digital, non tanto nelle fattezze, quanto nei modi: le sue apparizioni accompagnate da pezzi rock e folk ci fanno volare sul suo dorso ai confini di un’America lontana e diversa, dove tutto diventa possibile.

Voto 6,5

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Carolina Tocci

Giornalista freelance e blogger, un giorno le è venuta l'idea di aprire questo sito. Scrive di cinema e gossip e nel buio di una sala cinematografica si sente a casa.

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