Man in the Dark

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l giovane regista uruguaiano Fede Alvarez parla del suo Man in the Dark come di un secondo debutto, quasi a voler cancellare dalla memoria del pubblico il suo vero esordio cinematografico, ovvero il discusso remake de La casa del 2013.
Un progetto fondamentalmente sbagliato, perché quasi del tutto privo della folle ironia che caratterizzava l’originale oltre che elemento alieno in una saga che lo stesso Raimi si è sentito in dovere di riprendere in mano lo scorso anno con la deliziosa serie TV Ash Vs. Evil Dead, ma da cui già si evinceva l’indiscutibile dimestichezza di Alvarez con la macchina da presa.
Un talento che evidentemente si esprime al meglio negli spazi angusti, visto come l’autore, con questo suo secondo film, torna a limitare il proprio raggio d’azione all’interno delle pareti di una casa.
Per la precisione nel villino malmesso di un reduce di guerra rimasto cieco in seguito a una ferita (Stephen Lang) e che, dopo il tragico incidente in cui ha perso la vita sua figlia, ha incassato un risarcimento a molti zeri.
La cosa fa gola a Rocky (Jane Levy), al suo fidanzato Money (Daniel Zovatto) e al giovane Alex (Dylan Minnette), tre balordi in cerca di soldi facili che decidono di introdursi furtivamente nell’abitazione con la convinzione che rubare a un vecchio cieco sia poco più di una passeggiata.
Solo che, una volta entrati in casa, i tre scopriranno a proprie spese come l’uomo sia tutt’altro che indifeso.



Se è chiaro fin da subito che questo Man in the Dark sia ben più riuscito del suo predecessore, lo è altrettanto il legame tra le due opere.
Innanzitutto perché in entrambe si parla di case e, in particolare, di case da cui è arduo uscire vivi.
Certo manca l’elemento soprannaturale, qui sostituito da una furia che, essendo umana, risulta ancora più violenta quando arriva a deflagrare.
Soprattutto mancano le vittime sacrificali, vera condicio sine qua non di qualsiasi teen horror che si rispetti.
I giovani protagonisti di Man in the Dark sono infatti la perfetta incarnazione del white trash di provincia, tre spiantati che sembrano usciti da un film di Larry Clark e che vivono alla giornata derubando i più deboli, solo minimamente scalfiti da qualche timido scrupolo di coscienza.
Il motore delle azioni è insomma l’avidità, proprio come in Soldi sporchi, forse il più bello – di certo il meno conosciuto – tra i film del mentore (e produttore) di Alvarez, Sam Raimi.
Memore forse dell’insuccesso del succitato La casa, l’autore abbraccia quindi il thriller conservando dell’horror giusto la propensione a rappresentare la violenza in maniera più cruda della media e per il ricorso, a tratti, al politicamente scorretto.

Una volta stabilite le coordinate di base, si assiste ad  uno dei B movies più piacevoli usciti quest’anno.
Un susseguirsi di colpi di scena in cui il classico schema del gatto e del topo viene ribaltato di senso più e più volte fino quasi a perdere la percezione di chi sia realmente la vittima e chi il carnefice.
Allo stesso tempo Man in the Dark è una riflessione lucidissima sullo sguardo, sulla visione e sull’uso onnisciente della macchina da presa.
Appare evidente quando il reduce stacca la corrente elettrica alla casa, condannando gli intrusi alla sua stessa cecità.
Sono dieci minuti di film in cui nessuno vede nulla tranne lo spettatore, aiutato in questo dagli infrarossi della night vision. Un momento fondamentale in cui la componente voyeuristica della fruizione cinematografica si amplifica a dismisura in un corto circuito sensoriale che sarebbe piaciuto molto al Brian De Palma dei tempi d’oro.
È insomma un piccolo gioiello di suspense questo Man in the Dark che, mentre intrattiene, non dimentica di ragionare e che, soprattutto, regala più di un momento di rara tensione e maestria tecnica.
Come la scena che vede protagonisti una ragazza in fuga e un cane rabbioso chiusi dentro l’abitacolo di una macchina.
Poi basta, non svelo più nulla.

Voto 7

 

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Fabio Giusti

Da sempre convinto che, durante la proiezione di un film, nulla di brutto possa accadere, ha un passato da sceneggiatore, copywriter e altre prescindibili attività. A parte vedere film fa ben poco.

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