Mark Wahlberg a Roma per Deepwater – Inferno sull’oceano

Di Fabio Giusti
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Capelli lunghi a parte, Mark Wahlberg di persona è esattamente come te lo immagini. Maglietta aderente a coprire due bicipiti talmente grandi quanto persone di media statura, l’occhio curioso e il piglio svelto di chi non è abituato a perdersi in troppe chiacchiere.
L’attore è in Italia per presentare Deepwater – Inferno sull’oceano che lo vede nuovamente diretto da Peter Berg a due anni da Lone Survivor e racconta la tragica cronaca di quello che viene tristemente ricordato come il secondo peggiore disastro ambientale che ha colpito gli Stati Uniti, ossia la fuoriuscita di petrolio che il 20 aprile del 2010 causò l’esplosione della piattaforma di trivellazione Deepwater Horizon e la morte di undici dei suoi lavoratori.
Ne approfittiamo per farci due chiacchiere.

Mark, Deepwater – Inferno sull’oceano è un film tratto da una storia vera.  Qual è il processo che porta una attore e produttore a operare questo tipo di scelta?



Semplicemente il fatto che questo tipo di storie sono quelle che mi attraggono di più, sia come produttore che come spettatore.
Storie di persone comuni in circostanze straordinarie.

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L’eco della triste vicenda della Deepwater Horizon da noi in Italia è stata percepita soprattutto per la sua natura di immane disastro ambientale, mentre l’importanza del film è anche nello spiegare come e perché quel disastro sia avvenuto.
Come hanno reagito i dirigenti della British Petroleum, veri responsabili di questo disastro, alla notizia che stavate per farne un film?

Malgrado io abbia tentato, attraverso la produzione, di mettermi in contatto con il management della BP, la verità è che non abbiamo ricevuto alcun tipo di sostegno da loro.
Ho provato anche ad avere accesso a una vera piattaforma petrolifera perché ritenevo importante capire come si vive all’interno di una struttura del genere, ma è stato impossibile.
Ma il nostro obiettivo primario non era tanto quello di colpevolizzare i responsabili quanto di rendere omaggio alle undici persone che hanno perso la vita su quella piattaforma e al coraggio degli uomini e delle donne che hanno cercato prima di impedire il blow out e poi di salvarsi a vicenda.
Vedremo poi come reagiranno i vertici della BP una volta visto il film. Magari mi inviteranno a cena.

QUI LA NOSTRA RECENSIONE DI DEEPWATER – INFERNO SULL’OCEANO

Ci parla della complessità emotiva e fisica dell’approcciare un ruolo del genere?

Fisicamente non ho dovuto allenarmi granché.
L’unica cosa che il regista Peter Berg mi ha esplicitamente chiesto è stato di mettere su peso e in questo sono stato aiutato dal fatto di girare in Louisiana, forse il posto – insieme all’Italia – dove è più facile trovare da mangiare.
Per comprendere invece gli aspetti psicologici del personaggio ho fatto totale affidamento su Mike Williams (il sopravvissuto della Deepwater Horizon che Wahlberg impersona sullo schermo) che è stato con noi per tutta la durata delle riprese.
È stato lui a insegnarmi tutto quello che dovevo sapere.
Mike, d’altronde, non è certo il tipo di persona che si lascia intimidire dal mio curriculum di attore di Hollywood per cui ho dovuto guadagnarmi il suo rispetto e fiducia facendogli capire che non stavamo facendo un semplice blockbuster ma che ciò che ci premeva maggiormente era omaggiare le undici persone che avevano perso la vita in questo disastro e le loro famiglie.
Partecipare attivamente alla realizzazione del film lo ha poi rassicurato sull’accuratezza con cui stavamo rappresentando la terribile realtà che aveva vissuto e, in qualche modo, credo possa essere stato anche terapeutico.
Una cosa evidente in Deepwater – ed è bello che ogni tanto accada anche a Hollywood – è che punta l’attenzione su un gruppo di persone che semplicemente fa il proprio lavoro, non quindi degli eroi o dei supereroi.

Devo dire che gli Studios hanno dimostrato un certo coraggio nel lasciarci fare un film che si concentrasse più sugli esseri umani che non sugli effetti speciali.
Le tipiche persone normali in mezzo alle quali sono cresciuto, che erano i miei vicini di casa.
Quando faccio film più commerciali è anche per crearmi la tranquillità economica necessaria per realizzare progetti di questo tipo, che magari non offrono garanzie da un punto di vista commerciale ma che senz’altro mi coinvolgono di più, oltre a farmi conoscere realtà altrimenti sconosciute come, in questo caso, il lavoro di estrazione del petrolio, uno dei mestieri più pericolosi in assoluto.

Cosa ci puoi dire dell’imminente Patriots Day con cui porti avanti il tuo sodalizio con il regista Peter Berg?

Patriots Day parlerà dell’attacco terroristico avvenuto nel 2013 durante la maratona di Boston.
È un film a cui tengo particolarmente perché Boston è la mia città natale e, non essendo una città molto grande, chiunque sia di lì conosce qualcuno che direttamente o indirettamente sia stato colpito da quella tragedia.
Sono inoltre orgoglioso di averne fatto parte perché il suo messaggio è che comunque l’amore vince sempre.

Rimane giusto il tempo per un’altra succulenta preview su un altro film in fase di preproduzione che segnerà invece la quarta collaborazione tra il nostro e David O. Russell e racconterà la storia di Stuart Long, ex giocatore di football che riuscì a diventare sacerdote e ad ispirare un gran numero di persone nonostante fosse affetto da una malattia degenerativa muscolare.

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Fabio Giusti

Da sempre convinto che, durante la proiezione di un film, nulla di brutto possa accadere, ha un passato da sceneggiatore, copywriter e altre prescindibili attività. A parte vedere film fa ben poco.

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