È solo la fine del mondo

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Con È solo la fine del mondo – suo sesto film in sette anni di attività registica – Xavier Dolan rimescola le carte del proprio cinema partendo da un testo altrui (nello specifico una pièce di Jean-Luc Lagarce, morto di AIDS nel ‘95) e il risultato è, paradossalmente, quanto di più dolaniano fosse lecito aspettarsi.
La matrice teatrale è infatti utile all’enfant prodige canadese per asciugare i tempi di un racconto che proprio nella secchezza linguistica trova il suo pregio maggiore e concentrare l’azione in un’unità di spazio oggettivamente troppo angusta per riuscire a contenere tutti i sentimenti in gioco. Lo spazio in questione è quello di una casa in cui il giovane scrittore di successo Louis (un Gaspard Ulliel di straordinaria intensità) manca da dodici anni e torna per comunicare una notizia importante alla sua famiglia.
Ad accoglierlo trova il grande amore di sua madre e dei suoi fratelli, ma l’evento diventa ben presto un’occasione in cui emergeranno non solo i reciproci sentimenti ma anche i più profondi rancori, le questioni irrisolte e una serie di dubbi accumulati nel tempo.
Il tempo è il concetto attorno al quale sembra ruotare tutto il film. Il troppo tempo passato dall’ultima visita del protagonista a casa, certo, ma anche il poco tempo a disposizione per riuscire a dire tutto ciò che non si è mai stati capaci di dire. Quello stesso tempo scandito con ostinata precisione dall’uccellino di un orologio a cucù che un autentico colpo di genio rende protagonista dell’emblematica scena finale del film.



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È un tempo che Louis subisce e contemporaneamente prova a bloccare, nel tentativo di non perdersi nel vortice di malcelati risentimenti e nevrosi messo in scena da Dolan. Cerca così di riempirsi gli occhi dei volti e dei gesti di quelle persone alle quali, per quanto possano apparirgli estranee, sente comunque di appartenere.
C’è spazio per un’ampia gamma di emozioni in È solo la fine del mondo: c’è l’astio urlato a gran voce dal fratello Antoine che, pur essendo il figlio maggiore, si è sempre sentito secondo, la goffa curiosità di Suzanne (Léa Seydoux) che, quando Louis è partito, era poco più di una bambina, e una madre amorevole e imperfetta che rivendica con veemenza il proprio diritto di riaccogliere in casa il suo figliol prodigo onde poi rivelarsi del tutto impreparata a esternargli tutto l’amore che ha dentro. Anche se il punto di vista privilegiato è in realtà quello di Catherine (Marion Cotillard) che, pur vedendo Louis per la prima volta, riesce a comprenderne appieno le ragioni, forse perché svincolata dai legacci di qualsiasi sentimento pregresso.
Il racconto di questa riconciliazione impossibile diventa così uno sfrenato kammerspiel di nervi tesi e scoperti. Una minuscola apocalisse che ci viene mostrata nell’istante esatto in cui si consuma, attorno a quel focolare domestico che è da sempre sinonimo sia di pace che di sommessi drammi interiori.

Della maturità stilistica del ventisettenne Dolan si dice ormai già da anni, ma qui la sua sensibilità di autore si fa impressionante. È palese nel modo in cui scandaglia gli spazi, filmando la fitta consistenza della polvere sedimentata sui ricordi di bambino del protagonista.
La stessa maturità con cui la macchina da presa, incollata ai personaggi in una serie pressoché ininterrotta di primissimi piani che ne mostrano ogni impercettibile sfumatura espressiva, fa di È solo la fine del mondo un film pieno di parole in cui a pesare sono però soprattutto i silenzi.
I topoi di Dolan ci sono tutti, compresi una mamma ingombrante – non a caso interpretata da Nathalie Baye, in una sorta di inevitabile rimando a Laurence Anyways – e una musica pop decontestualizzata fino ad amplificare il lirismo delle immagini, ma c’è anche molto di più.
Quasi come se questo film si ponesse come un’ideale quadratura di un cerchio in cui convivono tracce di tutte le sue opera precedenti (in fondo cos’è il rabbioso personaggio di Vincent Cassel se non una versione adulta del protagonista di Mommy?) e i primi e già chiari segnali di quelle che verranno. All’indomani della sua presentazione all’ultimo Festival di Cannes (dove comunque è stato premiato con il Gran Premio della Giuria) alcuni critici hanno parlato di È solo la fine del mondo come del primo film minore di Xavier Dolan.
Per chi scrive invece è il suo capolavoro.

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Fabio Giusti

Da sempre convinto che, durante la proiezione di un film, nulla di brutto possa accadere, ha un passato da sceneggiatore, copywriter e altre prescindibili attività. A parte vedere film fa ben poco.

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