Cent’anni di Dino Risi

Di Andrea Bosco
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Se avevamo definito Luigi Comencini, nel nostro articolo commemorativo, “l’autore maggiormente capace di contaminare l’urgenza del vero del Neorealismo con l’espressione più genuina del nazionalpopolare”, totalmente opposte sono le coordinate su cui collocare la produzione maggiore del collega, coetaneo e conterraneo Dino Risi, secondo componente di quella trimurti, completata da Mario Monicelli, che rappresenta il non plus ultra del vivaio cinematografico comico di casa nostra.

Quanto può dirsi amabile, compassionevole e guidato da una certa ottica pauperistica memore della formazione valdese il cinema del primo, tanto crudele, caustico e pervaso da un irredimibile cinismo è lo sguardo del secondo sui suoi (anti)eroi e sulle sue storie. Quella di Risi, se si escludono i primi, quasi impersonali, passi nei territori della farsa regionalistica de Il segno di Venere, de La nonna Sabella e di Poveri ma belli, è la critica impietosa e distaccata da “ateo non pentito” a una società impreparata al benessere, una prospettiva antropologica in grado di cogliere il lato deforme e grottesco del boom, a partire dalle smanie omicide de Il vedovoritratto nerissimo delle ossessioni della borghesia industriale fra le mura e all’ombra della Torre Velasca, proseguendo con il viaggio, epocale e compendiario, fra spiagge e nightclub, cialtroni e ninfette, euforia e squallore, nei meandri e nelle periferie del miracolo economico dell’inarrivabile Il sorpasso, fino all’affresco enciclopedico e onnicomprensivo de I mostri, specchio ancora tremendamente attuale dei vizi più o meno sotterranei dell’italiano medio.



E se il tono generale, grazie a un indimenticabile e dolente Walter Chiari, arriva a toccare picchi di inusitata dolcezza e disillusione nel magnifico Il giovedì, il discorso assume connotati quasi metalinguistici con la successiva trilogia parodica con cui Risi affronta, ribaltandoli ed estremizzandoli, gli stereotipi dei generi più in voga del decennio, dalla commedia balneare, godereccia e imbruttita fino al parossismo, del sottovalutato L’ombrellone, al caper, tra esotismo e giallo-rosa, dello spassoso Operazione San Gennaro, fino al fotoromanzo irresistibilmente delirante e caricaturale di Straziami ma di baci saziami.

Pur sbandando, poi, nel suo tentativo di catturare i fermenti sessantottini con pellicole involute come Il profeta o Il giovane normale e scadendo progressivamente, con titoli come SessomattoTelefoni bianchi Sesso e volentieri, in un filone pecoreccio che ne decreterà il prematuro declino artistico, Risi fa in tempo, nella confusione degli anni settanta, a dirigere tre opere di assoluto valore, emancipandosi dai canoni del cinema brillante, cominciando con il giallo giudiziario di In nome del popolo italiano, passando per il dramma della solitudine del fortunatissimo Profumo di donna e raggiungendo il punto di non ritorno della sua galleria mostruosa con il thriller gotico di Anima persa, suo ultimo, arrischiato e perturbante, film di rilievo.

In occasione del centenario della nascita, ripercorriamo tre tappe indispensabili della carriera del cineasta milanese.

IL CAPOLAVORO – Una vita difficile (1961)

Una vita difficile

Se il sottotenente Innocenzi di Tutti a casa aveva incarnato la transizione “dal trauma dell’Armistizio al salto nel vuoto della Resistenza”, il Silvio Magnozzi di Una vita difficile, personaggio-contenitore di tutta la carriera sordiana, ne è la naturale prosecuzione ed evoluzione lungo gli anni della Ricostruzione: quelli raccontati da Risi sono un’Italia e un italiano medio scissi fra idealismo e arrivismo, dignità e umiliazione, orgoglio e sconfitta, descritti alternando prodigiosamente, complice l’impeccabile sceneggiatura di Rodolfo Sonego, il registro umoristico con quello tragico, il ridicolo con il patetico, l’ilarità con la commozione.
Il risultato è un classico sempreverde del nostro immaginario cinematografico, ricchissimo di momenti entrati giustamente nel mito (la cena con le mummie monarchiche, gli sputi sulle automobili che transitano per Viareggio, il ceffone finale, solo l’illusione di un lieto fine) e capace di ergersi a caposaldo di tutta la produzione tricolore del periodo.

IL CULT – Straziami ma di baci saziami (1968)

Straziami ma di baci saziami

Mimetizzatosi dietro la forma e il linguaggio della sottocultura pop dell’epoca, con Straziami ma di baci saziami Risi sbeffeggia senza pietà un Paese rimbecillitosi a suon di canzonette e di libercoli d’appendice, trasfigurato dal provincialismo e dall’ignoranza in un’antologia di caratterizzazioni cartoonesche a metà tra orrore e folklore. Ma al di là delle gustose notazioni sociologiche, il film è soprattutto un caleidoscopio visivo e verbale di impagabili situazioni comiche affidate ai virtuosismi dialettici (e dialettali) di un esilarante Nino Manfredi e mimici di un Ugo Tognazzi genialmente ridotto al silenzio, maschere clownesche utilizzate al massimo del loro potenziale.
Una sequenza ininterrotta e scatenata di gag e battute fulminanti da imparare a memoria.

LA RISCOPERTA – In nome del popolo italiano (1971)

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L’epoca del boom è ormai giunta al termine e gli anni Settanta sembrano preludere a un declino morale inesorabile e senza vie d’uscita che porterà, di lì a poco, al tramonto delle ideologie. Il confronto tra legalità e impunità, tra giustizia e misfatto, tra giudicanti e giudicati prende nella visione di Risi l’immagine di una battaglia senza esclusione di colpi in cui le parti si invertono di continuo, l’etica lascia spazio all’opportunismo e nessuna istituzione può dirsi davvero incorrotta e incorruttibile.
Sorretto dal fuoco di fila dei dialoghi di Age e ScarpelliIn nome del popolo italiano è forse l’abisso del pessimismo di Risi e uno dei suoi lavori più lucidi, una voragine allucinata e quasi premonitrice di quello che Bocca definiva l'”eterno fascismo italiano” e che, in un epilogo da incubo, finisce per circondarci tutti.

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