Il GGG – Il Grande Gigante Gentile

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A fronte di un guadagno lordo del 30%, Il GGG – Il Grande Gigante Gentile non è solamente uno dei più fragorosi tonfi al botteghino d’Oltreoceano di tutto il 2016, ma è anche, ancor più significativamente, il capitolo meno redditizio – home video permettendo – della filmografia del più rimunerativo colosso dell’industria cinematografica internazionale.

Quella di Steven Spielberg è già dagli albori una carriera condotta sul doppio binario dell’intrattenimento infantile e dello spettacolo adulto, del gioco e della meditazione, del luna park e del congresso, del linguaggio filmico come ludica stupefazione di fronte alla riproduzione dell’immaginario popolare e come matura e consapevole riflessione sulle tappe fondamentali del nostro passato prossimo.
Ora resuscitando dinosauri nello sbalordimento generale fra tecnica animatronica e CGI, ora calandosi nei meandri misogini e razzisti dell’incubo sudista ispirandosi alla grande letteratura contemporanea, materializzando civiltà aliene e campi di concentramento e destreggiandosi tra finzione e cronaca, il regista di Cincinnati ha finito per incarnare, nel bene e nel male, l’essenza stessa del cinema statunitense di massa e per compiere nella Settima Arte, secondo solo a Walt Disney, quella sintesi perfetta “tra fantasia e imprenditoria” che oggi domina i multiplex e che chiamiamo blockbuster, termine entrato nell’uso comune proprio a partire dal clamoroso successo de Lo squalo.



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Come si spiega, allora, questo estemporaneo e inatteso scivolone commerciale per un autore che, negli anni, non ha mai avuto difficoltà ad attirare la curiosità dell’americano medio e, in particolare, a rivolgersi ai milioni di bambini (e bambinoni) di tutte le età che costituiscono il grosso del suo pubblico?
Basti dire che il difetto più evidente che mina il primo adattamento per le sale del celebre romanzo di Roald Dahl è anche il suo principale punto di forza e motivo di interesse, e cioè il suo spiccato, lampante e disarmante anacronismo, la sua pervicacia – ancorché limitata dalle inesorabili ingerenze di mamma Disney – nel prendere le distanze dalla deriva conformistica di quasi tutta la produzione “istituzionale” per ragazzi del nuovo secolo, facendo riproporre idealmente a Spielberg quel medesimo spirito ingenuo e innocente che permeava tanto classici riconosciuti come E.T. l’extraterrestre quanto i frivoli giocattoloni à la Hook, per non parlare di quei progetti solo patrocinati, ma non per questo meno personali, come I Goonies, Piramide di paura o Miracolo sull’8ª strada.

Il GGG si propone quindi sin da subito come un oggetto inguaribilmente démodé e privo della benché minima malizia, estraneo quanto più possibile dalle stringenti logiche di mercato: nessuna tentazione seriale, un cast, se si esclude il protagonista fortemente voluto da Spielberg, relativamente di basso profilo e soprattutto un’attitudine sommessa e contemplativa che, rimanendo fedele ai presupposti della pagina scritta, basa l’avventura non tanto sulla peripezia, quanto sull’introspezione, come conferma il precipuo rilievo conferito all’ambito onirico e alla sua manipolazione, che resta l’aspetto di gran lunga più intrigante e avvincente del film e che il papà di Indiana Jones, visionario per eccellenza, se non per professione – “I dream for a living”, ammise trent’anni fa in una storica intervista al TIME – accosta al concetto di realizzazione audiovisiva, paragonando il laboratorio del gigante al mestiere stesso del metteur en scène.

È così che il regista di Incontri ravvicinati del terzo tipo, a settant’anni appena compiuti, tira le somme sul fanciullo che fu e sul veterano che è adesso, sul ruolo sempre più complicato, ingrato e ingestibile di artigiano e messaggero di sogni, trovando nelle rughe e nelle grinze del suo nuovo attore-feticcio, il magnifico Mark Rylance, portato alla ribalta nel circuito maggiore con Il ponte delle spie e già annunciato nei futuri The Kidnapping of Edgardo Mortara e Ready Player One, l’alter ego più pertinente di tutta una vita, l’evoluzione senile e solitaria di quell’altra invenzione “fuori dal mondo” (anch’essa, non a caso, passata per la penna della sceneggiatrice Melissa Mathison, alla cui memoria il film è dedicato) che è stata capace di marchiare a fuoco l’universo spielberghiano.
Esattamente come E.T., infatti, il GGG non è soltanto la rappresentazione dell’impeto creativo e della sua funzione salvifica, ma è anche il fulcro di una vicenda imperniata sull’abbandono, sull’accettazione del diverso e sul superamento della solitudine attraverso la forza del sentimento, con la differenza sostanziale, contrariamente al capolavoro del 1982, di una componente infantile ridimensionata e meno centrale ai fini del tutto.

Rispetto a un personaggio a tutto tondo come quello di Elliot, la Sophie della pur bravissima dodicenne Ruby Barnhill è poco più di un meccanismo al servizio della storia con cui è difficile entrare in sintonia, e nonostante un folgorante inizio dickensiano fra l’oscurità dell’orfanotrofio e la foschia dei vicoli londinesi in cui la luce del solito Janusz Kaminski immerge il tutto in un’atmosfera sospesa di pura magia notturna, si percepisce quanto poco a Spielberg interessi parlare di lei, del suo generico dramma di orfana e del suo destino, molto diverso da quello della fonte letteraria, e di quanto, invece, gli prema focalizzarsi sul Gigante e su quella sua infinita, psicosomatica tristezza che il capillare, strabiliante lavoro di motion capture e l’espressività di Rylance finiscono per esasperare.

In questo modo il film arriva a sbandare vistosamente nei momenti in cui la narrazione deve procedere lungo traiettorie più ovvie, dalla lunga, impacciata sequenza di alleggerimento comico della colazione a Buckingham Palace alla sbrigativa, fracassona resa dei conti finale, tutto materiale che dà l’impressione di essere stato trattato e affrontato alla bell’e meglio per mantenere viva l’attenzione di un pubblico di riferimento che oggi sembra ormai lontano dalle coordinate spielberghiane e che, infatti, lo ha severamente punito.

Forse proprio in virtù di ciò, però, Il GGG rimane, nella sua imperfezione e nel suo candore, un’opera sintomatica per capire in che direzione stia andando il cinema del suo autore, una mesta avvisaglia su quanto prossima e inevitabile sia la sua estinzione e un’ultima, malinconica istantanea su ciò a cui dovranno progressivamente rinunciare i bambini di ieri e che sarà presto irricevibile preistoria per quelli di domani.

Voto 6.5

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