Cinquanta sfumature di nero

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Turbata dagli oscuri segreti del giovane imprenditore Christian Grey (Jamie Dornan), Anastasia Steele (Dakota Johnson) ha messo fine alla loro relazione. Ma l’irresistibile attrazione per Grey domina ancora ogni suo pensiero e quando lui le propone di rivedersi, lei non riesce a dire di no. Pur di non perderla, Christian è disposto a ridefinire i termini del loro accordo e a svelarle qualcosa in più di sé. Ma quando finalmente tutto sembra andare per il meglio, i fantasmi del passato si materializzano prepotentemente e Ana si trova a dover fare i conti con due donne che hanno avuto un ruolo importante nella vita di Christian. Tra loro, una ritrovata Kim Basinger in versione cougar, una Mrs. Robinson lontana anni luce da Anne Bancroft e dalla sua classe impeccabile sfoggiata ne Il laureato, che ha insegnato al giovane Grey a muoversi nel mondo delle sottomissioni e delle dominanze.



James Foley (Who’s That Girl, Americani e Un Giorno da Ricordare) ha preso il posto di Sam Taylor-Johnson, regista del primo film, ma il cambio di mano non è che si sia notato poi tanto e in un prodotto di puro intrattenimento come è la saga tratta dalla trilogia bestseller di E.L James non ci si concentra certo sui movimenti di macchina o sulle angolazioni delle inquadrature. Va dato però atto a tutta questa operazione (difficile chiamarlo cinema) di proporsi comunque in modo onesto, non promettendo niente di più di quanto non sia in grado di garantire e riuscendo a mantenere un certo equilibrio d’insieme senza incappare nella volgarità, anzi, esibendo anche una certa ironia di fondo.

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Ma Cinquanta sfumature di nero, al netto delle considerazioni appena fatte, ha due problemi piuttosto invalidanti, che poi sono gli stessi riscontrati anche nel film precedente. Il primo è che tra i personaggi accade tutto in maniera talmente semplice e privo di ogni complessità che risulta davvero difficile non tanto immedesimarsi in uno dei due protagonisti, quanto solo pensare che quello che stiamo vedendo possa essere vagamente realistico (con lei che geme e mugola se lui solo la guarda). Adesso, sarà anche vero che la maggior parte delle donne sogna il suo Mr. Grey, giovane imprenditore che guadagna 24.000 dollari ogni quindici minuti e che la mattina appena sveglio fa le flessioni modello Richard Gere in Ufficiale gentiluomo nella sua palestra privata, ma è anche vero che questo Mr. Grey sfodera un’unica espressione in tutto il film.

E qui arriviamo al secondo problema, la noia. Perché i giochetti e le scaramucce tra Christian e Ana, che alla fine sono solo più nudi di quanto ci si possa aspettare da un film concepito per il grande pubblico (nonostante negli USA sia stato vietato ai minori di 14 anni), non solo non sono stuzzicanti ma in diverse occasioni sfociano nel tedio assoluto. La sceneggiatura, ad opera di Niall Leonard (marito dell’autrice dei romanzi) è ai limiti dell’amatoriale, dai personaggi privi di ogni sfumatura alle situazioni fastidiosamente nette: e infatti non è uno sceneggiatore. Non ci sono siparietti erotici che tengano, solo momenti di nulla assoluto che neanche una trama che vira verso il thriller riesce ad arginare. Detto questo, a San Valentino magari noleggiatevi Secretary, Luna di fiele, Ultimo tango a Parigi o Eyes Wide Shut se siete in cerca di storie dalle emozioni forti per cui il cinema non sia solo un mero pretesto per raccontarle.

Voto 4

 

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Carolina Tocci

Giornalista freelance e blogger, un giorno le è venuta l'idea di aprire questo sito. Scrive di cinema e gossip e nel buio di una sala cinematografica si sente a casa.

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