Il padre d’Italia

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Dopo aver condannato il Sud Italia a una condizione di arretratezza costante e ineluttabile con la sua pellicola d’esordio Il Sud è niente, il giovane regista calabrese Fabio Mollo alza il tiro e restringe il campo, portando sullo schermo una storia non tanto originale nella forma, quanto nella sostanza, alla quale approccia in modo molto intimo attraverso due interpreti d’eccezione, nell’arduo tentativo di far luce su una questione annosa come il concetto stesso di genitore naturale, spingendosi tanto in là quanto basta per toccare il tema dell‘omogenitorialità, dimensione relativamente nuova nel nostro contesto sociale. Che cosa è naturale e che cosa, invece, viene definito contro natura?



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Mollo prova a spiegare il proprio punto di vista attraverso il racconto spontaneo e istintivo due vite, quella di Paolo (Luca Marinelli) un ragazzo dall’infanzia travagliata che vive a Torino, lavora in una specie di Ikea ed è da poco stato lasciato dal fidanzato, e quella di Mia (Isabella Ragonese) ragazza del sud ribelle, immatura e incinta di non si sa bene chi. Si incontrano per caso in un locale gay di Torino e si imbarcano in un’avventura on the road attraversando l’Italia fino a raggiungere la famiglia di lei in Calabria, in un viaggio che, neanche a dirlo, è la perfetta metafora del percorso interiore per arrivare al sé.

C’è qualcosa di profondo ne Il padre d’Italia e nei concetti che veicola: fregandosene altamente della regola non scritta ma vigente nel nostro cinema, quella del “ti sforno quelle tre o quattro commedie al mese dai temi triti e ritriti e sempre con gli stessi attori“, il film di Mollo riesce a evidenziare il disagio di una generazione “precaria” non solo lavorativamente, ma anche sentimentalmente. Al grido di poche idee ma confuse, Paolo e Mia sono il frutto di un minuzioso lavoro sui personaggi e sono credibili proprio nel momento in cui fanno tutto il contrario, o quasi, di quanto ci si aspetta. Se infatti è Mia l’anticonformista della coppia, tocca invece al Paolo compiere un’evoluzione tale, per scelte compiute, da guadagnarsi lo scettro di più ribelle tra i due.
Utilizzando molta camera a mano e un linguaggio essenziale, Mollo conferisce al film un andamento emotivo che funziona proprio perché si poggia su una storia che si posiziona al di fuori del cinema mainstream, lasciando spazio a un cinema “altro” che trova nell’autenticità di una riflessione concreta e attuale, un ottimo motivo per esistere.

Voto 7

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Carolina Tocci

Giornalista freelance e blogger, un giorno le è venuta l'idea di aprire questo sito. Scrive di cinema e gossip e nel buio di una sala cinematografica si sente a casa.

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