Le cose che verranno

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Se Woody Allen avesse 36 anni e fosse nato, donna, a Parigi, probabilmente lo avrebbe diretto lui un film come Le cose che verranno (ma il titolo originale, L’avenir, è assai più calzante), anche se toni e temi della quinta pellicola di Mia Hansen-Løve si distaccano molto dall’universo del regista newyorkese. Compendio di cultura bourgeoise, esempio di quel cinema colto, etereo ed elegante (numerose le inquadrature alle copertine dei libri) alla costante ricerca di una strada per farsi più pragmatico, è un’opera farcita di citazioni colte – da Adorno a Focault, da Slavoj Žižek a Rousseau, passando per Martin Buber, il filosofo austriaco che sosteneva che l’uomo non è una sostanza, ma una fitta trama di rapporti e di relazioni. E in effetti potrebbe essere questo il fulcro attorno al quale ruota L’avenir: il modo in cui una donna di mezza età cambia il proprio modo di vivere dinanzi al farsi e al disfarsi delle relazioni familiar-sociali.



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Nathalie (Isabelle Huppert) insegna filosofia in un liceo di Parigi. Per lei la filosofia non è solo un lavoro, ma un vero e proprio stile di vita. Un tempo fervente sostenitrice di idee rivoluzionarie, ha convertito l’idealismo giovanile nell’ambizione più modesta di insegnare ai giovani a pensare con le proprie teste e non esita a proporre ai suoi studenti testi filosofici che stimolino il confronto e la discussione. Sposata, due figli, e una madre fragile che ha bisogno di attenzioni, Nathalie divide le sue giornate tra la famiglia e la sua dedizione al pensiero filosofico, in un contesto di apparente e rassicurante serenità. Ma un giorno, improvvisamente, il suo mondo viene completamente stravolto: suo marito le confessa di volerla lasciare per un’altra donna e Nathalie si ritrova, suo malgrado, a confrontarsi con un’inaspettata libertà. Grazie alla complicità intellettuale di un suo ex studente (Roman Kolinka) e la compagnia della gatta Pandora, Nathalie proverà a reinventarsi.

Quello che più sorprende ne L’avenir è che è stato diretto da una giovane donna che ha superato artisticamente la propria età anagrafica per raccontare una storia temporalmente distante dal suo vissuto, eppure così credibile. Come nei precedenti lavori (Un amour de jeunesse e Eden soprattutto), anche qui Mia Hansen-Løve utilizza come filtro attraverso il quale accediamo al suo mondo inquieto e malinconico, un personaggio sospeso e in conflitto: forte solo della propria formazione culturale, perennemente distaccata dalla realtà e dagli affetti primari, Nathalie sembra non riuscire ad applicare il suo sapere umanistico ai problemi della vita reale.
Senza che i contrasti esplodano mai davvero e i drammi esistenziali vengano esternati in maniera dirompente, vediamo che le cose nella vita della donna cambiano comunque, anche se per lei è più facile nascondere i sentimenti dietro alle dissertazioni filosofiche per celare una incapacità ad esprimere paure e disagi in altro modo, se non citando i grandi nomi della filosofia. Isabelle Huppert regala un’altra prova memorabile, ed è davvero immensa nel connotare la sua Nathalie lavorando di sottrazione, soprattutto nei momenti di malinconia. Al suo fianco non sfigura Roman Kolinka (nipote di Jean-Louis Trintignant), perfetto nei panni del giovane intellettuale rivoluzionario: con la sua fisicità asciutta e quel modo di fumare altezzoso e aristocratico, sembra uscito da un film di Rohmer.

Voto 7,5

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Carolina Tocci

Giornalista freelance e blogger, un giorno le è venuta l'idea di aprire questo sito. Scrive di cinema e gossip e nel buio di una sala cinematografica si sente a casa.

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