Jurassic World – Il regno distrutto

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Tre anni fa Jurassic World si assumeva il difficile compito di traghettare nel nuovo millennio un brand diventato, nel frattempo, un classico di quegli anni 90 che oggi il cinema di area più mainstream sembra considerare sempre di più come un bacino aureo al quale attingere ogni qual volta si sia a corto di idee originali. Il film di Colin Trevorrow accettava così di buon grado il suo essere subalterno rispetto a una matrice invecchiata benissimo (soprattutto in termini tecnici), ponendosi come riuscito omaggio non solo a Jurassic Park ma un po’ a tutto l’universo di riferimento del suo autore/demiurgo Steven Spielberg. Era quindi con curiosità mista a un livello di aspettative mediamente alto che ci si approcciava a questo sequel per il quale Trevorrow, pur mantenendo il proprioruolo sia come produttore che in sede di scrittura, cede il posto in cabina di regia allo spagnolo Juan Antonio Bayona, pupillo di Guillermo Del Toro e già autore di The Orphanage, The Impossible e, un paio d’anni fa, dello splendido e sottovalutato Sette minuti dopo la mezzanotte, forse uno degli esempi più alti di meccanismi perturbanti legati all’immaginario infantile degli ultimi tempi.



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Jurassic World – Il regno distrutto inizia tre anni dopo la fine del suo predecessore, con il parco, ormai abbandonato,dell’isola di Isla Nubar,dove i dinosauri hanno continuato a vivere liberamente e ora vedono la propria sopravvivenza minacciata dall’imminente eruzione del vulcano Sibo. Claire Dearing (Bryce Dallas Howard), passata da cinica direttrice di Jurassic World a fondatrice di un gruppo in difesa dei dinosauri, viene contattata per guidare una spedizione che ha lo scopo di prelevare gli animali dall’isola e portarli in un rifugio sicuro. Owen Grady (Chris Pratt), sulle prime riluttante, si unisce alla missione nella speranza di ritrovare Blue, il raptor che egli stesso ha cresciuto e al quale è rimasto particolarmente legato. Una volta sull’isola, però, i due scoprono che l’intera spedizione è in realtà la copertura di un ben piùpericoloso piano militare.
Se il concetto alla base dell’operazione rimane una sostanziale amplificazione degli ingredienti originali – quindi più dinosauri geneticamente modificati, tutti ancora più intelligenti e pericolosi che nel primo capitolo – va però detto che stavolta il risultato convince molto di meno. Non basta infatti la buona mano di Bayona a risollevare le sorti di un progetto che, dietro il solito pistolotto sui molteplici rischi della sperimentazione genetica, non fa nulla per distaccarsi da un intrattenimentofracassone – anche se, va detto, di lusso –che di certo non annoia, ma perde di vista quasi subito qualsiasi forma di appiglio a una realtà seppure distopica per perdersi dietro a inseguimenti (anche troppo) rocamboleschi e salvataggi in extremis ai limiti del ridicolo involontario.

È un problema soprattutto legato a una scrittura fin troppo svogliata che, se escludiamo la scelta vincente di spostare l’azione dall’ormai usurata isola all’interno di una enorme villa gotica, si limita a riproporre la figurina monodimensionale dell’eroe positivo e solitario – all’inizio del film troviamo il personaggio di Chris Pratt intento a costruirsi, da solo, una casa in legno in mezzo al nulla, come in un qualsiasi episodio de La casa nella prateria– contro una pletora di malvagi tout court che, ormai giunti al quinto film del franchise, sembrano non aver ancora compreso il reale coefficiente di potenza distruttiva di un dinosauro.E spiace, perché il regista spagnolo, di suo, ci mette una serie di pregevoli intuizioni visive, su tutte la scena che vede la piccola Isabella Sermon nascondersi a letto, letteralmentesotto le coperte, dal più famelico dei dinosauri presenti in casa. Ecco allora che, quando si focalizza sul mondo dell’infanzia e su come i dinosauri del film incarnino, di fatto, la realizzazione dei peggiori incubi di un bambino (parenti strettissimi del gigantesco uomo-albero di Sette minuti dopo la mezzanotte), Jurassic World – Il regno distrutto qualche punto pure lo acquista. Per il resto, invece, sono continue cadute da altezze dalle quali un qualsiasi essere umano maiuscirebbe illeso (e invece Pratt sì) e una serie di dialoghi che vorrebbero essere brillanti ma non fanno che allontanare il risultato finale dal mutoterrore che ricordiamo di aver provato nel 1993, alla vista del primo T-Rex diJurassic Park. Un modello tuttora insuperato di blockbuster intelligente che l’inutile cameo di Jeff Goldblumnon basta a evocare.

Voto 5,5

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Fabio Giusti

Da sempre convinto che, durante la proiezione di un film, nulla di brutto possa accadere, ha un passato da sceneggiatore, copywriter e altre prescindibili attività. A parte vedere film fa ben poco.

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