Il ritorno di Mary Poppins

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Neanche Mary Poppins è riuscita a evitare di cadere nel turbinio della frenesia da remake di cui sembra essere vittima la Disney nell’ultimo periodo. Così, a oltre cinquant’anni dall’uscita del film che ha fatto conoscere il personaggio nato dalla fantasia di Pamela J. Travers in tutto il mondo, arriva nelle sale un remake temuto dai più, anche da chi scrive. Un timore che però è svanito dopo aver visto le prime scene di questo Il ritorno di Mary Poppins diretto da Rob Marshall. Il film con Emily Blunt nei panni dell’enigmatica bambinaia senza età che arriva con il vento dell’Est è infatti un musical incantevole, che riesce a essere allo stesso tempo sia un omaggio che una rivisitazione in chiave moderna del classico Disney del 1964.



Ambientato venticinque anni dopo gli eventi di Mary Poppins, nel 1930 durante la Grande Depressione, Il ritorno di Mary Poppins vede la nanny ritornare dai figli dei Banks, ormai cresciuti, in Viale dei Ciliegi numero 17. L’esuberante Jane (Emily Mortimer) sta seguendo le orme di sua madre ed è diventata una fervente attivista  attivista mentre il cupo Michael (Ben Whishaw) prova a tirare avanti dopo la morte della moglie, cercando allo stesso tempo di prendersi cura dei suoi tre figli — Annabel (Pixie Davies), John (Nathanael Saleh) e Georgie (Joel Dawson) — e di risolvere una preoccupante situazione finanziaria. Inutile dire che la presenza di Mary Poppins riporterà la serenità e i giusti equilibri in casa Banks.

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La difficoltà, quando si decide di realizzare il remake di un film entrato nella storia e nell’immaginario collettivo come Mary Poppins, sta soprattutto nel decidere la strada da intraprendere, ossia se si ha intenzione di puntare a un omaggio o se, invece, si preferisce prendere le distanze dall’originale per reinterpretare temi e situazioni con occhio nuovo. Rob Marshall sceglie di non scegliere e ripropone situazioni analoghe alla pellicola di Robert Stevenson (lì c’era una gita nel quadro dipinto da Bert, qui un’escursione all’interno di un vaso; lì la ninna nanna “State svegli ad aspettar...”, qui la notevole ballata “The Place Where Lost Things Go“. E ancora, lì c’era il ballo degli spazzacamini sui tetti di Londra, qui quello dei lampionai) alternandole ad altre inedite e più al passo con i tempi.

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Più che un sequel, allora, Il ritorno di Mary Poppins è un omaggio appassionato e sincero al film del ’64, una sorta di remake (almeno nella struttura), in cui sono stati introdotti temi e personaggi nuovi al fianco di quelli ormai leggendari, e un contesto storico-sociale difficile che investe i protagonisti e che potrebbe benissimo riflettere quello attuale. Nostalgia e novità, inserite in una cornice impeccabile. A partire dalle scenografie di John Myhre e dai costumi di Sandy Powell (la Mary Poppins di Emily Blunt è meno austera e più vezzosa di quanto non lo fosse quella di Julie Andrews, e gli abiti che indossa lo dimostrano), fino ad arrivare ai disegni animati, alle coreografie e al comparto attoriale (applausi per la Blunt, che riesce nella difficile impresa di non essere schiacciata dal personaggio, per l’impeccabile Ben Whishaw nei panni di un Michael cresciuto, divorato dal passato e per due camei in particolare, quello di una Angela Lansbury 93enne, deliziosa venditrice di palloncini e del coetaneo, indimenticabile spazzacamino Bert Dick Van Dyke, che qui veste i panni del banchiere ballerino Mr. Dawes Jr.). Peccato però che il doppiaggio non consenta di ascoltare le voci degli attori e i brani cantati in lingua originale.

Ci voleva più audacia? Forse. Difficile dire se Il ritorno di Mary Poppins saprà accontentare chi è cresciuto con l’originale, ma la strizzatina d’occhio alle nuove generazioni era doverosa e l’essere riusciti a mantenere intatti lo spirito d’antan della poetica di Mary Poppins e la formula Disney per eccellenza che combina da sempre spensieratezza e immaginazione a una buona dose di malinconia, non è cosa da poco.

Voto 7

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Carolina Tocci

Giornalista freelance e blogger, un giorno le è venuta l'idea di aprire questo sito. Scrive di cinema e gossip e nel buio di una sala cinematografica si sente a casa.

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