L’uomo nell’ombra

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Dopo il successo riscosso al Festival di Berlino (Orso d’argento per la Miglior Regia), arriva anche nelle nostre sale l’ultima fatica di Roman Polanski. E parlare di fatica è più che leggittimo, dati i problemi con la giustizia che hanno investito il regista polacco durante la fase finale della lavorazione del film. E’ ormai noto che Polanski dopo l’arresto per stupro ai danni di una minorenne, avvenuto lo scorso settembre, ha finito di montare il film prima mentre era in carcere, e poi quando gli sono stati concessi gli arresti domiciliari in Svizzera. Una lavorazione piuttosto burrascosa che però sembra aver giovato alla pellicola, che arriva a confermare la classe e l’eleganza stilistica di cui Polanski si è sempre fatto portavoce.



Di fatto, leggendo il romanzo da cui L’uomo nell’ombra è tratto (Il Ghostwriter di Robert Harris) si capisce subito di avere a che fare con qualcosa di fortemente polanskiano. La storia dell’ex primo ministro britannico Adam Lang (Brosnan) che vive su un’isola degli Stati Uniti con la moglie, la segretaria e le guardie del corpo già sarebbe un quadro sufficiente ad evocare gli elementi da sempre cari al regista. L’isolamento dei luoghi, i misteri che circondano ciascuno dei personaggi e l’angoscia che deriva dall’impossibilità di capire chi sia nel giusto, sono già caratteristiche piuttosto destabilizzanti per chi guarda. Se a questo si aggiunge l’arrivo sull’isola di un ghost writer (McGregor) incaricato di riscrivere l’autobiografia di Langdon, chiamato a sostituire il precedente scrittore morto in circostanze misteriose, il carico di angoscia non fa che aumentare.

Intrighi politici e scandali di ogni tipo fanno capolino qua e là nella storia, che procede in modo lineare e impeccabile per oltre due ore. McGregor è bravissimo a fare l’uomo qualunque, ha le movenze e lo sguardo disarmante di chi si trova nel posto sbagliato al momento sbagliato (o forse giusto…). Bravi anche gli altri, compreso un convincente Brosnan nei panni del politico schiacciato dalle responsabilità e dalle colpe (un vero omaggio a Tony Blair). La regia di Polanski fa il resto, giocando senza pietà sulla figura del suo protagonista “fantasma”, ambigua per natura e perfettamente amalgamata con il modo di dirigere dell’autore, che ama creare la suspance dalla normalità. Impossibile non pensare a Hitchcock e ai suoi eroi per caso (ricordate i protagonisti de La finestra sul cortile o di Intrigo internazionale?), e altrettanto impossibile non essere rapiti dalla liquidità di questo spy-thriller, stilisticamente impeccabile e permeato da un’ironia sottile e graffiante.

Voto 8

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Carolina Tocci

Giornalista freelance e blogger, un giorno le è venuta l'idea di aprire questo sito. Scrive di cinema e gossip e nel buio di una sala cinematografica si sente a casa.

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