L’ultimo terrestre

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Pianeta Terra, tra qualche anno. Ultima settimana prima dell’arrivo di una civiltà extraterrestre sulla terra. Governi e TG danno la notizia, nelle radio non si parla d’altro. Le reazioni della gente a quello che dovrebbe essere un avviso sconvolgente, sono di tutt’altro tipo rispetto a quelle viste in Indipendence Day o ne La guerra dei mondi: c’è chi continua a vivere come se niente fosse, chi si lancia in invettive razziste nei confronti dei nuovi annunciati “Adesso ci ruberanno il lavoro, come hanno fatto i cinesi prima di loro!” e chi cerca di sfruttare l’occasione per guadagnarci su. Luca (Gabriele Spinelli) appartiene al primo gruppo. Abbandonato dalla madre in tenera età, è cresciuto con l’odio per le donne. La sua chiusura emotiva lo porta ad essere uno di quelli che preferisce osservarla passivamente, la vita, piuttosto che viverla. Fa il cameriere in una squallida sala bingo, con dei colleghi che lo sono anche di più. Ha un padre che vive in solitudine in un casale in campagna (Roberto Herlitzka) e un sentimento segreto per una vicina di casa (Anna Bellato), che lo terrorizza e che cerca di reprimere in ogni modo.



Iniziamo subito col dire che L’ultimo terrestre non è un film sugli alieni, ma un film con gli alieni. Questi esseri a cui Gipi ha dato forma e atteggiamenti simili ai Grigi di Incontri ravvicinati del terzo tipo, agiscono ai margini della vicenda, modificando la vita di Luca, innescando eventi che lo porteranno a scoprire una verità inaspettata e sconvolgente sul passato e dandogli la possibilità di prendere in mano la propria vita. Il mondo che Gipi fotografa nel suo film è profondamente triste, squallido, provinciale e immorale. Le parti di alcuni comprimari sono volutamente tagliate con l’accetta, drasticamente divise in buoni e cattivi (il collega di Luca, Giuseppe, interpretato da Teco Celio, è l’essere più schifoso e infimo che si possa immaginare: personaggio assolutamente riuscito!). Se a questo si aggiungono i toni surreali, le storie borderline dei protagonisti, il maschilismo e il materialismo imperanti nella vicenda, ci si rende conto di come, alla base di una società tanto perversa e malata, un’invasione aliena forse sia davvero l’unica speranza di redenzione.

In una realtà in cui maschilismo e materialismo imperversano indisturbati come elementi saldi e ben radicati forse c’è davvero bisogno degli alieni come portatori di quell’ultima speranza di redenzione che tanto sembra lontana. Omaggiando il graphic novel cui il film si ispira, Nessuno mi farà del male di Giacomo Monti, Gipi non perde occasione per porre l’accento sulla situazione attuale dell’Italia, un paese ai suoi occhi (e non solo) flemmatico e assuefatto, alle prese con una crisi morale ancor prima che economica. Tanto di cappello a Gipi, quindi, per aver portato questi esserini buoni e gentili nel quotidiano, e per averci mostrato qualcosa di diverso, sicuramente bizzarro, non privo di difetti (la struttura narrativa ogni tanto si allenta), ma assolutamente dignitoso per essere un’opera prima. La sua regia, asciutta e pura, priva di quel manierismo imparato sui banchi di una scuola di cinema, dimostra quanto Pacinotti abbia tanto da raccontare e poco da dimostrare, proprio come accade osservando le sua tavole.

Voto 7

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Carolina Tocci

Giornalista freelance e blogger, un giorno le è venuta l'idea di aprire questo sito. Scrive di cinema e gossip e nel buio di una sala cinematografica si sente a casa.

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