Le belve

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Lontano dai fasti di Platoon, Assassini nati o U Turn, Le belve va ad occupare un posto medio nella frastagliata e altalenante produzione di Oliver Stone. Avvalendosi di un cast da urlo, questa volta il regista americano prende spunto dal romanzo omonimo di Don Winslow per raccontare una storia di crimini, emarginazione, mafia e ideali disillusi. Peccato che Stone abbia cambiato diverse cose nella trasposizione dalla carta stampata, tanto da portare Winslow ad esprimere un forte disappunto a riguardo. Meno efficace, sia a livello stilistico che contenutistico del Traffic di Steven Soderberg, che dodici anni fa fu il primo a trattare la minaccia messicana nel narcotraffico, Le Belve racconta la storia di due imprenditori di Laguna Beach, Ben (Aaron Taylor-Johnson), pacifico buddista, e il suo migliore amico Chon (Taylor Kitsch), ex Navy Seal ed ex mercenario che conducono una lucrativa attività producendo la migliore marijuana d’America. Condividono inoltre l’amore per la bella Ophelia (Blake Lively) in un ménage à trois scevro da gelosie. La vita è idilliaca nel sud della California, almeno fino a quando il cartello dei trafficanti della Mexican Baja decide di irrompere nei loro piani imponendosi come socio. Quando Elena (Salma Hayek), lo spietato capo del cartello, e Lado (Benicio Del Toro), il suo scagnozzo, sottovalutano l’infrangibile legame che tiene uniti i tre amici/amanti, Ben e Chon, con l’aiuto di un losco agente della DEA (John Travolta), scatenano una spietata battaglia contro il cartello.



Se a Stone da un lato va riconosciuto il merito di non aver mai smesso di cercare e denunciare le crepe del Sistema, bisogna anche dire che ne Le belve questo intento gli è riuscito a metà. Senza tradire il forte senso estetico che da sempre caratterizza il suo cinema, questa volta il regista americano lo rappresenta con immagini un po’ intorpidite che mostrano corpi scolpiti nel paradiso terrestre di Laguna Beach, spiagge assolate e… pipe da crack. Il tema della lotta al narcotraffico (“Sono quarant’anni anni che gli americani fanno i conti con la lotta alla droga, ma questa guerra non funziona anche se si spendono miliardi”, ha detto Stone), che qui viene mostrato in tutta la sua violenza e ferocia e la situazione in cui si trovano, loro malgrado, i tre ragazzi, non riescono ad amalgamarsi all’interno di uno script in cui poche situazioni risultano credibili. Ma mentre nel romanzo di Don Winslow lo stile asciutto e crudo aiuta il lettore a calarsi e, perché no, anche a credere a questa folle storia, il registro utilizzato da Stone non riesce a fare altrettanto. Peccato che l’autore di sceneggiature cult come Scarface o L’anno del dragone si sia andato a perdere proprio dietro uno script. Così a quasi vent’anni da Assassini nati, la cui sceneggiatura era stata scritta da un giovane Quentin Tarantino e poi modificata radicalmente da Stone, ora il regista newyorkese sembra averci ripensato, infarcendo Le belve di ambiti e situazioni à la Tarantino.
Tra gli attori, il segno lo lasciano i cattivi: la perfida “Reina” del cartello Salma Hayek e il suo scagnozzo Lado, tanto stupido quanto spietato. Ma per arrivare svegli e pimpanti alla fine delle due ore e passa di durata, ci vuole ben altro.

Voto 5

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Carolina Tocci

Giornalista freelance e blogger, un giorno le è venuta l'idea di aprire questo sito. Scrive di cinema e gossip e nel buio di una sala cinematografica si sente a casa.

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