Cannes 66: spenti i riflettori, quel che resta di un festival di eccellenze

Di Binario Loco
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Non una rassegna, né una vetrina, né un’istantanea sullo scenario filmico contemporaneo.
Un gotha, piuttosto, un eclatante, impareggiabile circuito di eccellenza che consegna il sessantaseiesimo Festival di Cannes alla storia e lo proietta nel novero delle edizioni più prestigiose del nuovo secolo.
Coronamento di undici giornate da stato di grazia, la cerimonia di chiusura presieduta dalla madrina Audrey Tautou ha riconfermato il predominio della Croisette sul panorama festivaliero europeo e ne ha ribadito l’urgenza, l’attendibilità e la capacità di riconoscere ancora al cinema il suo ruolo di arte immanente, contingente, legata più di qualsiasi altra al suo momento storico ed espressivo.

Una nuova generazione di registi neanche cinquantenni (da Jia Zhangke ad Asghar Farhadi, passando per il nostro Paolo Sorrentino e per il nipponico Hirokazu Kore-eda) ha dominato la scena, raggiunto irrevocabilmente uno status autoriale maturo ed imposto gli autentici gioielli della selezione; i maestri acclarati come Roman Polanski, Jim Jarmusch e i fratelli Coen, rimasti quasi in ombra, hanno aggiunto con discrezione nuovi tasselli, tutt’altro che interlocutori, a filmografie già maiuscole; si sono estinti, con la stessa velocità con cui si erano accesi, quei pochi fuochi di paglia come il prolificissimo Takashi Miike e Nicolas Winding Refn, troppo precocemente convintisi del proprio mestiere e sicuri di poter proseguire un percorso registico sul filo del bluff.



Alla fine, in mezzo a tanta magnificenza, ha primeggiato un cineasta che un palmares delle grandi occasioni l’aveva finora potuto solo sfiorare, quell’Abdellatif Kechiche defraudato, insieme al suo Cous cous, di un legittimo, auspicato Leone d’Oro nel lontano 2007 e totalmente trascurato tre anni più tardi, quando affrontò la Laguna con il virulento Venere nera; per la prima volta a Cannes, l’intensità e lo slancio del metteur en scene franco-tunisino non hanno faticato a consolidarsi e ad emergere su una già agguerritissima concorrenza, grazie principalmente ad un magnum opus che esaspera, acutizza ed estremizza le asperità, la dolcezza e la poetica del suo autore.

La Vie d’Adéle, apoteosi del close-up, miracoloso connubio di mastodontico e di microscopico, punto di non ritorno del linguaggio neo-neorealista dell’artefice de La schivata, è sostanzialmente la Palma d’Oro perfetta, puntuale tanto nel celebrare il lavoro di un campione ormai imprescindibile della scena cinematografica internazionale, quanto nel rispondere al clima di instabilità creatosi di recente nell’Europa mediterranea.
Biopsia smisurata di un amore lesbico ripreso con tutta la trasparenza e la disamina dello stile kechichiano, il film (anche Premio Fipresci) ha immediatamente catalizzato l’attenzione di pubblico, critica e giuria, candidandosi ad una vittoria che, col passare dei giorni, si è mostrata sempre più indiscutibile e che ha finito per coinvolgere anche le due sensazionali, determinanti protagoniste Adèle Exarchopoulos e Léa Seydoux, investite di un’eccezionale Palma d’Oro onoraria.

Non si finisca, tuttavia, per interpretare il trionfo di un film a tematica LGBT come un semplice moto di rivalsa contro i rigurgiti omofobi riversatisi nelle piazze parigine contemporaneamente alla premiazione, non si confonda, in pratica, il contesto per un pretesto: esattamente alla stregua dei precedenti di Apitchatpong Weerasethakul, di Terrence Malick e di Michael Haneke, l’acclamazione di Abdellatif Kechiche ha meriti precipuamente artistici che lo sfondo sociale può soltanto impreziosire.
A sorpresa, il Prix de la mise en scène, quasi nel solco del Brillante Mendoza di Kinatay e, ancor più, del conterraneo Carlos Reygadas di Post Tenebras Lux, è stato assegnato al trentaquattrenne Amat Escalante, che con il suo seppur non apprezzatissimo Heli ha definitivamente promosso al circuito maggiore una corrente in crescita qual è il Nuevo Cine Mexicano, già segnalatosi a Roma con lo splendido Mai Morire di Enrique Rivero e approdato tardivamente nelle sale italiane la scorsa settimana con il già citato Post Tenebras Lux.

A fronte di nomi assai più collaudati e già attestatisi da tempo nell’ambiente cannense, l’affermazione di un emergente sconosciuto ai più e formatosi nelle file dell’En Certain Regard dimostra tutto il coraggio e la lungimiranza della rassegna, capace di valutare e di considerare il nuovo che avanza in un ambito dove ricerca e conservazione vanno miracolosamente di pari passo.
Il riconoscimento al miglior attore non sbilancia più di tanto i pronostici che vedevano inizialmente favorita la coppia Douglas/Damon di Behind the Candelabra e mantiene il premio in terra americana: la vita da comprimario del veterano Bruce Dern sboccia a 76 anni compiuti con la tenera malinconia di Nebraska, un affresco senile di provincia a metà fra il bianco e nero de L’ultimo spettacolo e l’elogia della lentezza di Una storia vera. Di rado performer di primo piano – suo annus mirabilis fu il 1972, con i top billing di 2002: la seconda odissea e di Il re dei giardini di Marvin – e relegato costantemente a ruoli da caratterista, Dern è l’emblema dell’eterna comparsa assurta finalmente a protagonista, proprio come il Richard Farnsworth del succitato capolavoro lynchiano, il simbolo di un placido, silenzioso riscatto arrivato a compensare decenni di ingiusto semi-anonimato.

D’altra parte, il suo corrispettivo femminile consacra sulla freschissima, smagliante scia del successo il nome di Bérénice Bejo, ormai in inarrestabile ascesa dopo l’exploit di The Artist: abbandonato il carattere brillante delle sue interpretazioni precedenti, la splendida moglie di Michel Hazanavicius abbraccia il rigore e la tensione dell’opera dell’iraniano Asghar Farhadi (Una separazione), rivelando nell’applauditissimo Le Passé doti drammatiche forse inattese che con tutta certezza la porteranno lontana dalla Peppy Miller con cui abbiamo imparato a conoscerla solo due stagioni fa.

A completare il podio delle migliori pellicole con il Grand Prix e con il Prix du Jury arrivano rispettivamente il toccante elogio dei perdenti Inside Llewyn Davis, nuova attesissima fatica dei fratelli Coen, e il gentile, misurato drama familiare Soshite Chichi ni Naru (Like Father, Like Son), firmato da quell’Hirokazu Kore-eda che, con i bellissimi Maborosi e Nessuno sa, dimostrò prima al Lido e poi alla Croisette che il Giappone orfano di Kurosawa non aveva da offrire al mondo soltanto prodotti targati Office Kitano o Studio Ghibli: da un lato, gli scatenati fratelli del Minnesota trasformano per l’ennesima volta la loro partecipazione in un premio che nulla toglie e nulla aggiunge al loro prestigio ma che varrà certamente come plausibile anticamera per i prossimi Academy Awards, dall’altro il terzo posto attribuito all’ex-documentarista nipponico può fungere finalmente da riflettore per una carriera fin troppo relegata all’ambito d’essai ed esclusa, fino ad oggi, dalla distribuzione in sala nostrana.

Chiude l’elenco Jia Zhangke, vecchia conoscenza per gli aficionados veneziani, personale, orgogliosissima scoperta di Marco Muller, Leone d’Oro 2006 con l’eccellente Still Life e probabilmente il più grande cineasta cinese dei nostri tempi: il suo ottimo Tian Zhu Ding (A Touch of Sin), additato da molti recensori della domenica come esempio di tarantinismo alla cantonese, è in realtà l’ulteriore evoluzione di un cinema intransigente e in perenne lotta con i meccanismi censori del regime, un mosaico di disperazione umana che si aggiudica senza rivali il premio per la miglior sceneggiatura.
Rithy Panh, che sconvolse Cannes con lo straordinario S-21: la macchina di morte dei Khmer rossi, è tornato ad analizzare la dittatura cambogiana – di cui fu egli stesso vittima – con L’image manquante, un nuovo, spiazzante documentario realizzato interamente in claymation che ha conquistato il favore della giuria di En Certain Regard, mentre è il singaporiano Ilo Ilo ad aggiudicarsi l’ambitissima Camera d’Or che l’anno scorso toccò a Re della terra selvaggia.
Italia a mani vuote, dunque? Nient’affatto.

Se la reputazione di Paolo Sorrentino, pur a secco di premi, rimane invariata, se non ulteriormente accresciuta dagli azzardati accostamenti a Fellini, e il tragitto glorioso de La grande bellezza è in ogni caso appena iniziato, a renderci davvero orgogliosi è il piccolo Salvo, diretto dagli esordienti Fabio Grassadonia e Antonio Piazza, vincitore e mattatore indiscusso della Settimana della Critica, mescolanza sorprendente di autorialità e di cinema di genere che si muove in una Palermo vista sotto la personalissima ottica livida di Daniele Ciprì e che, nonostante l’entusiasmo del presidente Miguel Gomes (Tabu) e l’interessamento ufficioso di Lucky Red, uscirà nelle sale francesi ma non in quelle del nostro Paese.

A luci spente su un concorso eterogeneo, arrischiato e globalmente riuscitissimo, non resta che attendere gli “avanzi” comunque prelibati (come Twelve Years a Slave di McQueen) che arriveranno a Venezia.

Articolo a cura di Andrea Bosco
(www.binarioloco.it)

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