In Trance

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Rieccolo Danny Boyle, versatile ragazzaccio del cinema britannico amante dei ritmi dinamici e ossessionato dalla sperimentazione visiva. Sin dal suo esordio, nel ’94, con Piccoli omicidi tra amici, seguito dal cult Trainspotting, passando per l’horror fantascientifico 28 giorni dopo e per i successi più recenti The Millionaire (8 oscar tra cui quello per il Miglior Film e la Migliore Regia) e 127 ore, al regista inglese va senz’altro riconosciuto il merito di essere riuscito a saggiare più strade attraverso diversi generi cinematografici, reinventandosi ad ogni primo ciak. Con In Trance Boyle tenta la strada del thriller psicologico all’interno del quale si muovono tre volti noti del cinema internazionale: James McAvoy (Espiazione, The Last Station), Vincent Cassel (Irréversible, Il cigno nero)  e la bellissima Rosario Dawson (ex di Boyle, con la quale il regista ha avuto una storia iniziata proprio sul set di In Trance e finita la scorsa primavera).



Simon (McAvoy) lavora come assistente in una importante casa d’aste. D’accordo con la banda del malavitoso Frank (Cassel), organizza la rapina di un quadro di Goya dal valore inestimabile. Durante il colpo subisce però un colpo alla testa: quando si risveglia è colto da un’amnesia che gli impedisce di ricordare dove ha nascosto il quadro rubato. Sollecitato dai metodi duri di Frank e la sua banda, che dubita di lui, si rivolge ad una psicoterapeuta esperta in ipnosi (Dawson) per cercare di ritrovare la memoria. Ma alcuni fatti sarebbe meglio non ricordarli…

Tanti, troppi, gli ingredienti che Boyle mette sul piatto: l’illusorierà della memoria, l’erroneità delle percezioni emotive, il potere condizionante e manipolatore dell’amore. Tematiche madri di notevole interesse vittime però della totale assenza di sceneggiatura. Così il film si riduce a tante buone idee svilite dalle complicazioni narrative che non fanno altro che appesantire la storia. I numerosi colpi di scena disseminati qua e là lungo lo script pasticciano la trama e disturbao anche il buono che c’è in questo film: alcuni tagli di inquadratura molto originali e il ritmo frenetico del montaggio à la Boyle a cui il regista ci ha abituati. Ai numerosi rimandi pittorici (da Goya a Francis Bacon, nelle cui opere il regista inglese ha cercato ispirazione per mantenere la sua storia in costante equilibrio tra il reale e l’irrazionale), ne seguono altrettanti cinematografici (Lynch in primis, ma anche Cronenberg e Nolan), ma tutto scorre troppo frettoloso, pasticciato e senza approfondimenti. Gli attori, poi, si limitano a fare la loro parte senza alcun guizzo e con un velo di svogliatezza.

Voto: 5

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Carolina Tocci

Giornalista freelance e blogger, un giorno le è venuta l'idea di aprire questo sito. Scrive di cinema e gossip e nel buio di una sala cinematografica si sente a casa.

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