Elysium

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Nella Los Angeles del 2154 la dicotomia tra ricchi e poveri ha ormai superato il punto di non ritorno.
Un’elite di privilegiati ha da tempo abbandonato la terra per vivere su una stazione orbitante chiamata Elysium, dove regnano lusso e benessere e alcune tecnologie all’avanguardia permettono di guarire da qualsiasi malattia.
I meno abbienti invece vivono in squallide bidonville perennemente sottoposte a rigidi controlli da parte di una polizia robotizzata e vengono impiegati come operai per mantenere intatto lo stile di vita di Elysium.
Max (Matt Damon), uno di questi operai, un giorno viene sottoposto per sbaglio a radiazioni letali e, nei cinque giorni che gli restano da vivere, dovrà cercare di raggiungere Elysium nel disperato tentativo di salvarsi la vita.
Ben presto sarà chiaro come Max, riuscendo in questa impresa, potrebbe non soltanto garantire la propria sopravvivenza, ma anche quella degli abitanti del pianeta Terra.



Neill Blomkamp affronta il difficile passo del secondo film girando quello che è a tutti gli effetti un remake del suo bellissimo esordio, quel  District 9 che aveva fatto gridare al miracolo perfino Peter Jackson, e torna ancora una volta ad affrontare una storia che, pur pescando a piene mani nei dettami della science fiction postapocalittica, prova in realtà a raccontare le possibili derive dell’oggi.
Due sono le differenze sostanziali tra District 9 ed Elysium: un budget molto più corposo – 100 milioni di dollari per quest’ultimo –  e un sottotesto politico reso ancora più marcato dalla sostituzione, nel ruolo della classe sociale vessata, dei poveri a quelli che in District 9 erano alieni stipati in un ghetto.
Il ghetto adesso non è più uno slum alla periferia della città, ma un’intera metropoli, una Los Angeles futuristica (molto simile a quella di Wall-E) piena di rifiuti – per lo più umani – e di violenza, posta in un rapporto di antitesi forse manicheo ma sicuramente di grande impatto rispetto ai viali alberati della stazione Elysium che così tanto ricordano la calma apparente della Winsteria Lane di Desperate Housewife.

L’elemento che salta subito agli occhi guardando Elysium è una regia essenziale e calibratissima, molto attenta a non cadere nelle pastoie del facile effetto speciale, sempre in agguato quando si ha a che fare con grossi budget. Anche le sequenze più adrenaliniche – e ce ne sono diverse – non sono mai caricate all’eccesso, prive ad esempio delle improbabili battutine sarcastiche tra una sparatoria e un’esplosione (quelle cose che riescono solo a Bruce Willis in Die Hard per intenderci) che funestano la maggior parte degli action movie moderni.
Questo per evidenziare il fatto che, nonostante si tratti comunque di un blockbuster, ciò che preme maggiormente all’autore è la descrizione di un contesto sociale e degli sforzi messi in atto da una classe disagiata per ottenere un riscatto.
Azzeccatissima poi la scelta del protagonista.
A fronte di una Jodie Foster puramente funzionale al suo ruolo di gelida burocrate (in pratica riprende il personaggio che interpretava in Inside Man di Spike Lee), Matt Damon si conferma infatti attore particolarmente versatile nel destreggiarsi tra cinema muscolare (la trilogia di Bourne) e ruoli più intimisti (l’ottimo Promised Land dello scorso anno) e in questo film riesce a operare una mirabile sintesi dei due registri.

Mica male quindi come primo film della stagione?

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Fabio Giusti

Da sempre convinto che, durante la proiezione di un film, nulla di brutto possa accadere, ha un passato da sceneggiatore, copywriter e altre prescindibili attività. A parte vedere film fa ben poco.

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