The Wolf of Wall Street

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“Guardatevi dai falsi profeti, i quali vengono a voi in veste di pecore, ma dentro sono lupi rapaci” (Matteo, 7:15)



“Le loup criait sous les feuilles
En crachant les belles plumes
De son repas de volailles :
Comme lui je me consume.”

Il lupo urlava sotto le foglie
Sputando le belle piume
Del suo pasto di pollame:
Come lui io mi consumo.

(Arthur Rimbaud)

Poco più di vent’anni fa, il cinema di Martin Scorsese evadeva dalla gabbia metropolitana delle sue opere maggiori e, se escludiamo la sua cronaca cristologica del 1986, sfondava per la prima volta il muro del ventesimo secolo e della storia contemporanea con il suo straordinario adattamento de L’età dell’innocenza di Edith Wharton, la dimostrazione piu lampante della versatilità dell’universo scorsesiano, sorretto da implacabili logiche tribali, costellato di ascese tanto fulminanti quanto segnate e dominato da un senso ineluttabile di solitudine.
Poco importa se a popolare quel mondo siano truci gangster di periferia o vaporose dame vittoriane, o se la violenza e l’oppressione sociale si esprimano in pestaggi ed esecuzioni o in emarginazione e dettami di galateo.

Oggi, trascinando il lerciume e la furia via dai suoi mean streets a Wall Street, il piccolo grande cineasta del Queens compie un’operazione molto simile e ci mostra, complice l’apporto alla sceneggiatura di quel Terence Winter fattosi le ossa fra I Soprano e Boardwalk Empire, che fra codici malavitosi, aristocrazia ottocentesca e alta finanza le differenze sono ben poche e le dinamiche sono sostanzialmente identiche e ugualmente guidate da disprezzo e vanagloria. Sin dalle prime scene, nelle quali il Lupo si presenta direttamente allo spettatore con le stesse tecniche di affabulazione di Jimmy Conway e di Asso Rothstein, siamo storditi e trascinati nell’opulenza e nell’impunità di una società a due passi dalla decadenza, sedotti da quei “creatori di nulla” per cui la redenzione sembra davvero lontana.

Cio che segue, in The Wolf of Wall Street, è una inebriante, buffonesca discesa agli inferi in ottovolante dentro un luna park in via di demolizione, tre ore a velocità sfrenata nell’abisso degli istinti umani più bassi, il punto di arrivo di quella poetica della corruzione che da inizio millennio pareva essersi esaurita e tradotta in temi maggiormente alla portata del grande pubblico.

Dopo il decennio più sperimentale della sua filmografia, Martin Scorsese porta quindi finalmente a compimento la trilogia inaugurata da Quei bravi ragazzi e proseguita con Casinò con una nuova, terrificante parabola impetuosamente discendente su potere e impotenza, fame e cupidigia, eccesso e carenza, un magnifico delirio in formato anamorfico nel quale, sotto uno scroscio torrenziale di banconote e barbiturici, fra orge da fine impero e discorsi motivazionali da telepredicatori, puttane e pasticche, cazzi e cocaina, si consuma l’esagitata, orgasmica corsa di Jordan Belfort (Leonardo DiCaprio), una letale combinazione di piazzismo e di ingordigia, di fascino e di abiezione, di tragico e di ridicolo. La New York rampante degli ultimi sussulti reaganiani è una giungla in cui la sopraffazione è all’ordine del giorno e in cui la regressione bestiale si manifesta anche nei più piccoli particolari, dalle spietate gerarchie di branco ai canti di vittoria dopo una fresca incetta di prede, fino, naturalmente, alla rapacità insaziabile e incontrollata del sesso.

E’ in questa Grande Mela marcissima che il giovane Jordan muove i primi passi da “feccia di palude” del cosmo finanziario, opportunamente istruito in un’arte di sopravvivere a base di droga e seghe dal mentore di un solo giorno Mark Hanna (un fulmineo ma indimenticabile Matthew McConaughey) e stroncato sul nascere dal secondo Lunedì Nero dell’economia statunitense. Da quel momento in poi, il solo scopo di Belfort sarà tentare di riprodurre e protrarre all’infinito quel senso di onnipotenza e di estasi con ogni mezzo possibile, in un fervore nichilista e masturbatorio a ciclo continuo dove essere vigili e sobri può essere soltanto controproducente e suscitare inopportuni sbalzi di coscienza.

C’è chi ha improvvidamente parlato di glorificazione e di esaltazione delle malefatte di Belfort e compagni, chi ha rimproverato al film, specie al termine della disastrosa proiezione riservata ai membri dell’AMPAS (i membri dell’Academy), di non aver adottato quella rassicurante, didascalica ed esplicita prospettiva morale in grado di esplicitare la mostruosità dei suoi personaggi.  Ma sarebbe sufficiente ripensare alla demenziale sequenza d’apertura, quel “lancio del nano” che, più che una goliardata aziendale, somiglia tanto a un atto di derisione nei confronti di quella “piccola gente” imprudentemente caduta nella tana del lupo con tutti i suoi risparmi, per capire che di edulcorato e di simpatico, in quella realtà distorta modellata sull’estetica cafona di Miami Vice e sulle eccentricità da villain di 007 (lo yacht del protagonista è una brutta copia del Thunderball di Emilio Largo e al matrimonio di Belfort non manca l’esecuzione del tema musicale di Goldfinger), non c’è proprio niente.

Scorsese non ci tiene per mano, non si sofferma su quanto è già ovvio – al contrario del più semplicistico e infatti assai meglio accolto 12 anni schiavo – ma ci catapulta in un’allucinante e allucinata pazzia collettiva, fatta di menzogne (anche metacinematografiche) e di beffe (Belfort, nel suo continuo infrangere la quarta parete, non ci descrive i suoi raggiri nel dettaglio in quanto non ci reputa abbastanza scafati in materia), di una negazione della realtà talmente esasperata e necessaria da farsi parodia – quel “non morirò lucido!” durante la tempesta nel Mediterraneo è una battuta epitomica già entrata nel mito – e da far erroneamente considerare The Wolf of Wall Street una commedia, come già sarcasticamente sottolineato da DiCaprio alla cerimonia dei Golden Globes che l’ha visto imporsi “sui colleghi comici” suoi rivali. Perché se è innegabile il tono esilarante di innumerevoli sequenze, in primis il lungo episodio del narcotico Lemmon 714 a scoppio troppo ritardato, un miracolo di comicità fisica e mimica degno di un Chaplin sotto acido, il film è, nonostante latitino morti ammazzati e lutti, una delle tragedie scorsesiane più nere, forse quella più inconciliabilmente e cosmicamente tragica, sotto le cui macerie non resta nulla e nella quale non esistono vincenti – nemmeno il coriaceo agente FBI Denham interpretato da Kyle Chandler – , ma solo diverse gradazioni di sconfitti, il primo dei quali si rivela essere proprio Belfort, che chiude il cerchio della sua carriera (e del film) ripetendo senza successo e sempre uguali i suoi patetici trucchi da imbonitore.

Probabilmente meno smisurato e “caligolesco” di quanto possa apparire, ma non per questo meno folle e farneticante, The Wolf of Wall Street ci restituisce quindi lo Scorsese bizzoso saltatore nelle pozzanghere che abbiamo imparato ad amare, più euforizzante e audace che mai, assistito da un Leonardo DiCaprio – che si conferma ormai definitivamente l’erede conclamato di Jack Nicholson – mai così grande e mai così pronto a mettersi in gioco e a demistificarsi, demascolinizzato da una sessualità feticistica (l’unico amplesso attivo e portato a buon fine viene si svolge su un materasso coperto di soldi) o passiva, quando non masochistica (il “ricatto” della moglie Naomi nella camera dei bambini), e sottoposto a progressive degradazioni come il Paul Hackett di Fuori orario in un’ennesima “performance della vita” a metà fra Nerone e Jimmy Swaggart, il giovane Berlusconi e Tony Montana, finalmente sguinzagliato nel ruolo brillante tanto a lungo atteso da critica e pubblico e attorniato da uno stuolo di comprimari altrettanto indimenticabili (fra tutti, il regista Rob Reiner, eccezionale nella parte dell’irascibile padre Max).

Non uno Scorsese per famiglie o per spettatori occasionali, dunque, ma un rivoltante, nauseante, disperatissimo capolavoro.

Voto 9

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