Philip Seymour Hoffman: il migliore della sua generazione

Di Carolina Tocci
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Ci sono persone che non sanno neanche chi sia Philip Seymour Hoffman. Impensabile? Eppure è così. Citi loro qualche titolo di film che ha interpretato, pensi a quelli più famosi, tipo Capote: A sangue freddo, o The Master. Qualcuno dice: “Ah sì, quell’attore biondo, un po’ grosso”, qualcun altro annuisce con la testa ma non ha capito di chi si tratta. Per quelli della mia generazione, che con i suoi film sono cresciuti, è un po’ come se all’inizio degli Anni Ottanta fosse morto Robert De Niro, dopo aver girato Toro scatenato: prima di C’era una volta in America, Mission, Angel Heart o Gli Intoccabili. Oppure come se Brando ci avesse lasciati prima de Il Padrino o di avere la possibilità di interpretare il Colonnello Kurtz di Apocalypse Now. Inimmaginabile, a pensarci adesso.

Se Philip Seymour Hoffman fosse ancora tra noi sarebbe arrivato a fare cose altrettanto grandi, forse anche di più. Non che non fosse già ad un ottimo punto, ma dopo le decine di ruoli da sorprendente comprimario e la svolta Oscar come protagonista con Capote: A sangue freddo, suggellata l’anno scorso da The Master, la sua carriera avrebbe potuto raggiungere vette ancora inesplorate.

Oggi sui giornali si legge che “…aveva sempre avuto problemi di tossicodipendenza”. Facile liquidarlo così. Come un eroinomane di mezza età, ennesimo divo dannato divorato dallo star-system pronto a mandare al diavolo una carriera brillante per una dose di troppo. Ma lui con l’eroina aveva chiuso, lo aveva ammesso pubblicamente. Così come aveva ammesso che l’anno scorso era entrato in riabilitazione perché ci era ricaduto. A maggio aveva passato dieci giorni in una clinica, poi aveva ringraziato la famiglia e gli amici che gli erano stati accanto in quel periodo così buio. Per ventitré anni più niente e poi, di nuovo, nel tunnel.

Dopo la gavetta, iniziata interpretando ruoli da spalla in E alla fine arriva Polly, Patch Adams o Il grande Lebowski, la sua carriera, probabilmente destinata a ruoli da caratterista, subì la brusca virata di cui sopra. Era troppo capace per rimanere nell’ombra. E se n’è andato proprio ora che la sua fisicità scomoda e prorompente era stata accantonata dalla Hollywood più rigida, che gli aveva aperto la strada a ruoli da protagonista, nonostante quel viso tondo e quegli occhi sottili. Probabilmente non si è neanche reso conto di quanto coraggio sia stato capace di infondere in tutti quegli attori bruttini che, proprio come fece lui agli inizi, sono stati costretti a trascinare il loro corpo imbolsito ai provini, certi di poter aspirare al massimo a un ruolo da spalla. Ma se ce l’aveva fatta lui, allora forse…

Non aveva il physique du role, d’accordo, ma forse è anche per questo che Hoffman ha saputo regalare al cinema dei personaggi tanto diversi tra loro quanto indimenticabili: infermiere mansueto di un malato terminale in Magnolia, professore frustrato, fratello di Laura Linney ne La famiglia Savage, maniaco sessuale complessato e nevrotico in Happiness di Solondz, cinico e geniale critico musicale Lester Bangs in Almost Famous, goffo professore insidiato da una delle sue studentesse ne La 25° ora, attore timido e impacciato in Boogie NIghts, deejay dalle battute taglienti in I Love Radio Rock, uomo sordido e privo di morale in Onora il padre e la madre di Lumet, regista teatrale ossessivo in Synecdoche, New York di Charlie Kaufman, prete accusato, forse ingiustamente, di pedofilia ne Il dubbio e poi ancora guru affabulatore in The Master del suo regista, Paul Thomas Anderson, quello che ha saputo offrirgli dei ruoli dalle sfaccettature pressoché infinite. Tutti personaggi strabilianti e dalla sensibilità estrema. Tutti interpretati al meglio, mescolando in egual misura tecnica e talento.

E ora i progetti lasciati incompiuti: il severo stratega dei giochi Plutarch Heavensbee, nel film tratto dai romanzo Hunger Games: Il canto della rivolta, pellicola che stava girando proprio in questi giorni, e il suo secondo film da regista, dopo Jack Goes Boating, dal titolo Ezekiel Moss. Un dramma ambientato nell’era del Proibizionismo che avrebbe avuto come protagonisti Amy Adams e Jake Gyllenhaal.

Di lui ci rimangono 46 film. 46, come gli anni che ha vissuto, e un pensiero fisso nella testa: chissà quanto altro aveva ancora da mostrarci.

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Carolina Tocci

Giornalista freelance e blogger, un giorno le è venuta l'idea di aprire questo sito. Scrive di cinema e gossip e nel buio di una sala cinematografica si sente a casa.

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