Snowpiercer

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Anno 2031. A causa di un errato esperimento meteorologico, la Terra è precipitata in un inverno perenne. I pochi sopravvissuti hanno trovato rifugio su un treno mosso da un motore a moto perpetuo, lo Snowpiercer, che gira attorno al pianeta su una rotaia appositamente costruita. A bordo, tutto ricorda il mondo di prima, suddiviso per classi sociali: nei vagoni di coda ci sono i disperati, reietti che sembrano usciti da un romanzo di Dickens, che vivono ammassati in carrozze fatiscenti. Dai bassifondi è proibito muoversi, motivo per cui nessuno ha mai visto le sezioni di mezzo e di testa del treno. Dopo quasi vent’anni di viaggio ininterrotto tra lande desolate e innevate, la difficile convivenza ed i delicati equilibri sfociano inevitabilmente nella rivolta, montata proprio dalla coda del convoglio. Film di apertura della scorsa edizione del Festival del Film di Roma, adattato da Bong Joon-ho e Kelly Masterson (Onora il padre e la madre) dalla grapic novel francese del 1982 di Jacques Lob, Benjamin Legrand e Jean-Marc Rochette Le Transperceneige, Snowpiercer è un film di svolta nell’ambito della fantascienza distopica, genere a cui appartiene e che, in parte, riscrive.



Ci troviamo davanti a un gigante dal punto di vista produttivo, alla pellicola più costosa mai realizzata in Corea (39 milioni di dollari di budget), diretta con sapienza da un regista ancora poco conosciuto in Itaia, Bong Joon-ho, senza se e senza ma il più grande autore coreano attualmente su piazza. Nell’anno in cui i suoi connazionali più noti hanno ceduto al fascino e alle lusinghe hollywoodiane (pensate a The Last Stand di Kim Jee-woon, con Arnold Schwarzenegger o a Stoker, thriller con Nicole Kidman e Mia Wasikowska diretto da Park Chan-wook), lo ha fatto anche lui, ottenendo un risultato migliore rispetto ai suoi due compatrioti. Se infatti a Kim Jee-woon va riconosciuto un indubbio talento tecnico, apprezzabile soprattutto nelle scene action, e a Chan-wook un innato senso estetico, unito alla capacità di fare cinema estremo che passa sia attraverso le immagini che attraverso i sentimenti, a Bong Joon-ho va attribuita l’attitudine a confezionare film d’autore che riescono ad essere anche facilmente esportabili: le sue sono pellicole che strizzano l’occhio ai macrogeneri hollywoodiani di maggior successo come i thriller (Memories of Murder, Madre) o gli horror (The Host), di cui reinerpreta i canoni, arricchendoli di nuova e inaspettata linfa narrativa. E con Snowpiercer il talento di Bong abbraccia per la prima volta una sceneggiatura e degli attori internazionali, con un risultato sorprendentemente positivo. Probabilmente il migliore auspicabile.

Rieccoci sul treno, su quel surrogato di (in)civiltà che rappresenta. Incredibile come Bong sia riuscito a racchiudere un mondo in quei pochi vagoni intrisi di speranza, vendetta, violenza, carità, incastrando i personaggi in una spietata coreografia dicotomica di lusso e povertà, privilegio e ingiustizia, assolutismo e desiderio di democrazia. Ancora più incredibile è come il regista coreano abbia reinventato e sfruttato appieno quegli spazi angusti. La prima parte del film fa mancare l’aria. Il tanfo stantio che si respira in terza classe, putrido e palpabile, ti arriva ditto al naso. Poi gli ambienti iniziano a dilatarsi, se non materialmente almeno idealmente, man mano che monta la rivolta e che i ribelli, capitanati da Curtis (un Chris Evans barbuto piuttosto efficace nel ruolo dell’eroe), tentano l’ardua impresa di raggiungere la testa del treno. Con lui, una gang variegata di disperati e reietti che va da Jamie Bell a Octavia Spencer, passando per John Hurt. E poi, il tocco coreano che non poteva mancare: Song Kang-ho, attore feticcio di Bong, qui nei panni dell’esperto di sistemi di sicurezza perennemente strafatto di Kronol, una potente droga sintetica; accompagnato da Ah-sung Ko, la bambina di The Host, che interpreta sua figlia. Dalla parte dei “cattivi”, invece, il regista ha scierato una sensazionale Tilda Swinton e un composto Ed Harris.

Mantenendo la propria visione autoriale, quella che ha caratterizzato il suo cinema fino ad ora, l’autore coreano è riuscito a tenere il punto e a rendere Snowpiercer chiaramente un film con il suo marchio, nonostante qualche scivolone negli stereotipi che la produzione a stelle e strisce gli deve aver imposto. Ma Bong, con un’abilità felina, è riuscito ad aggirare quei paletti e a trasformarli in opporunità narrative che alla finiscono per arricchire la pellicola anziché svilirla. Snowpiercer è un film in cui il suo stile è riconoscibilissimo, nonostante sia anche il suo lavoro più americano, ma non poteva essere altrimenti. Tradotto, troviamo sparsi qua e là qualche ralenty che sottolineano le scene più epiche e la volontà di renderlo un prodotto universalmente comprensibile, a costo di qualche dialogo di troppo (in realtà ci sono dei veri e propri spiegoni) che non riescono a non incidere sul serrato ritmo narrativo.

Ma i veri problemi per Snowpiercer e per Bong, sono arrivati in fase di distribuzione, nelle mani del re Mida di Hollywood, il produttore Harvey “mani di forbice” Weinstein.  Il rischio di vedere la pellicola, girata in Repubblica Ceca e prodotta dalla Moho Films di Park Chan-wook, mutilata e in parte rimontata secondo i dettami della weltanschauung weinsteiniana per un attimo è divenuto realtà, ma alla fine il pericolo è stato scongiurato. Almeno in parte.

Perché Mr. Weinstein distribuirà il film di Bong in tutto il mondo, portandolo fuori dai confini della Corea sel Sud (dove Snowpiercer è uscito ad agosto del 2013 e ha già incassato la cifra record di 60 milioni di dollari) e dell’Asia, mercato in cui il regista va già fortissimo, ma non senza compromessi. Secondo i desideri del produttore, la pellicola sarebbe dovuta arrivare nelle sale americane con venti minuti in meno (la versione integrale dure due ore e 6 minuti) ed epurata delle scene più violente. Il taglio era stato giustificato in modo poco garbato dallo stesso Weinstein: “necessario per far sì che il film venga capito anche dagli abitanti dell’Oklahoma, o dell’Iowa”, che avranno ringraziato sentitamente per l’attestato di stima nei loro confronti. In principio si era parlato persino di una voce fuori campo per rendere più chiara la storia, ma per fortuna Bong su questo è riuscito a tenere duro. Alla fine la situazione si è risolta con una mezza vittoria da parte di entrambi: Snowpiercer avrà un tipo di distribuzione platform e non più wild. Questo vuol dire che, almeno negli States, uscirà con meno copie e solo in alcune città selezionate. Ma chi lo vedrà potrà godere della versione integrale. Anche qui da noi Snowpiercer arriverà nella versione integrale in circa 150 copie. E il nostro consiglio è di non lasciarvelo sfuggire, perché se c’è un’opera in grado aprire nuove strade e prospettive produttive, quella è proprio il film di Bong.

Voto 8

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Carolina Tocci

Giornalista freelance e blogger, un giorno le è venuta l'idea di aprire questo sito. Scrive di cinema e gossip e nel buio di una sala cinematografica si sente a casa.

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