Synecdoche, New York

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Che la vita sia complicata è un fatto acclarato.
C’è chi si rassegna all’idea di non riuscire a coglierne appieno il senso e chi, al contrario, combatte strenuamente nel tentativo di domarne la complessità e riportarla sui binari di una piena, per quanto illusoria, comprensione.
Il drammaturgo in crisi creativa Caden Cotard (Philip Seymour Hoffman) appartiene evidentemente a questa seconda scuola.
Scosso dopo essere stato abbandonato da una moglie in cerca di affermazione artistica e terrorizzato dai sintomi di una misteriosa malattia che gli stessi medici fanno fatica a definire, l’uomo decide di mettere in pausa la propria vita o, quantomeno, di imporle un ordine, ricostruendola in ogni suo più piccolo particolare all’interno di un enorme teatro di posa (da qui il riferimento alla sineddoche) e ingaggiando degli attori per rappresentare ciò che gli accade ogni giorno, quasi in tempo reale.
Durante l’allestimento di questa folle messinscena però la sua esistenza, invece di acquisire linearità, si fa via via più complessa e Caden perde ben presto la percezione di ciò che è reale o fittizio e, più in generale, la concezione del tempo. Così quelle che percepisce come settimane sono in realtà anni, mentre osserva, impotente, le persone che ama mentre si allontanano.



A sei anni dalla sua uscita in patria, trova finalmente la via della distribuzione italiana la prima (e a tutt’oggi unica) incursione dietro la macchina da presa del geniale Charlie Kaufman, sceneggiatore dei primi due film di Spike Jonze (Essere John Malkovich e Il ladro di orchidee) e di Se mi lasci ti cancello di Michel Gondry.
Se il principale motivo di questa atipica scelta non può non coincidere con la prematura scomparsa di Philip Seymour Hoffman, è però impossibile non notare come, di fatto, esista una correlazione piuttosto forte tra questo film e le vicissitudini personali del suo protagonista.
Si, perché Synecdoche, New York, così incentrato su quell’illusione del controllo che accompagna la vita di qualsiasi artista e che vede nella morte l’unico elemento impossibile da aggirare nell’arte e fine reale di qualsiasi vita/rappresentazione, è un’opera che parla di morte sin dalle sue prime immagini.
Lo fa nella maniera arzigogolata e a tratti ricca di invenzioni notevoli, ma anche involuta e poco chiara, tipica dello stile di Charlie Kaufman.
Il “caos organizzato” dei suoi script, che altrove doveva fare i conti con l’immaginario altrui, raggiungendo così una sorta di equilibrio sottile tra ordine e disordine (spesso a stento, come nel caso di Confessioni di una mente pericolosa di George Clooney) in questa occasione è invece libero di deflagrare, con risultati che non aiutano – anzi spesso ledono – la comprensione di un film, almeno sulla carta, pregevole.
C’è proprio un momento preciso, che coincide con l’inizio della rappresentazione teatrale alla base della storia, in cui si avverte in modo netto l’inizio di uno scarto, destinato a diventare sempre più incolmabile con il passare dei minuti, tra le ciclopiche ambizioni di Kaufman e i suoi sforzi per imbrigliarle in una struttura narrativa solida. Tutto questo trasforma Synecdoche, New York in un “geniale” pasticcio postmoderno.

E se da un lato dispiace anche solo per le aspettative (irrimediabilmente deluse) che era lecito nutrire verso l’esordio alla regia di Kaufman, dall’altro è impossibile non salutare l’interpretazione di Philip Seymour Hoffman come la sua migliore performance in una carriera breve, ma pressoché priva di passi falsi – Flawless – Senza difetti (nomen omen) a parte – e forse superiore anche al Lancaster Dodd del bellissimo The Master.
Ci sono un’inquietudine e un dolore infiniti sul suo volto, declinati in accezioni così tenui e sottopelle da non sembrare neanche frutto del mestiere di un attore, ma emotività allo stato puro.
Perché chi ne ha seguito le gesta sa che solo di rado Seymour Hoffman si è limitato a recitare.
Il più delle volte vestiva i ruoli con aderenza totale e perfetta, fino a diventare il personaggio stesso, senza alcun ricorso a trucchetti mimetici da Actor’s Studio, con la foga di chi, ogni volta, recita come se fosse l’ultima.
Ecco, se non fosse per questo immenso Philip Seymour Hoffman il voto al film sarebbe anche un po’ più basso.
Anzi, se non fosse per Philip Seymour Hoffman questo film probabilmente avrebbe continuato a girare per anni, sotto forma di DVD import, nelle cineteche private della maggior parte dei cinefili italiani.

Voto 6

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Fabio Giusti

Da sempre convinto che, durante la proiezione di un film, nulla di brutto possa accadere, ha un passato da sceneggiatore, copywriter e altre prescindibili attività. A parte vedere film fa ben poco.

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