Vinodentro

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Parlare di vino è un’arma di seduzione: ormai l’hanno capito tutti.
Il primo appuntamento, il ristorante giusto, la carta dei vini sfogliata con sicurezza, improvvisare giudizi sulle annate campati in aria – “Ah, la mitica vendemmia di Sassicaia del 1947, bottiglie ormai introvabili” – e infine scegliere un vino a caso. Ma soprattutto, al momento dell’assaggio, ripescare dal repertorio faticosamente imparato a memoria quei tre o quattro termini che fanno sempre scena, tipo “coerenza gusto-olfattiva”, “spalla acida” o “trama tannica”.
Certo, se la vostra fiamma è una sommelier – ce ne sono tante e molto in gamba – siete spacciati, ma perché non correre il rischio?

Rischio che invece non azzarda il protagonista di Vinodentro, un timido impiegatuccio di banca, per giunta astemio, che scopre improvvisamente la magia del nettare di Bacco sorseggiando per la prima volta un Marzemino. A tempo di record Giovanni Cuttin (Vincenzo Amato) brucia tutte le tappe: diventa sommelier, vince campionati di degustazione, si rivela un tombeur des femmes e diventa il direttore della filiale in cui lavora.
Ma non si tratta di una commedia brillante, anche se il tocco del regista è leggero e non mancano situazioni comiche. E’ piuttosto un noir, o meglio un’opera che non si può incasellare in un genere preciso. Vaghezza che è parte del suo fascino.
Non vogliamo svelare i dettagli di una trama avvincente, che si dipana tra strepitosi scenari montani e raffinati interni, fotografati con eleganza da Dante Spinotti.
Se proprio vogliamo trovare un limite a quest’opera, è il pagare inesorabilmente pegno ai tanti sponsor che ne hanno consentito la realizzazione, con un product placement che a volte risulta davvero troppo invasivo. La provincia di Trento ha fornito i panorami dolomitici mozzafiato e i tanti vini citati e degustati dai personaggi. Tra questi spicca il principe delle bollicine italiane – l’unico in grado di competere con i francesi – il celebre Giulio Ferrari Riserva del Fondatore, ma anche altri meno blasonati, tra cui un anonimo Muller-Thurgau che stona un pochino sulla tavola di un uomo che può permettersi ogni meraviglia enologica.
I cinefili – e gli amanti dell’arte in genere – riconosceranno i tanti omaggi e le citazioni che il regista Ferdinando Vicentini Orgnani (anche sceneggiatore insieme a Heidrun Schleef) ha voluto disseminare qua e là. L’elenco sarebbe lungo e va dal Don Giovanni di Mozart a Barry Lindon, passando per Sideways (la grande annata bevuta nel bicchiere di plastica) e soprattutto il Faust.

Un’algida Daniela Virgilio, femme fatale della serie TV Romanzo Criminale, interpreta una misteriosa seduttrice, mentre è davvero notevole la prova offerta da Vincenzo Amato nel ruolo del protagonista. Amato si divide attualmente tra l’Italia e New York, dove è anche scultore, e meriterebbe senza dubbio di essere maggiormente valorizzato dal nostro cinema.
Comprimari di lusso: un sulfureo Lambert Wilson, un commissario dai ritmi rilassati alla Maigret interpretato da Pietro Sermonti e ancora Giovanna Mezzogiorno e Gioele Dix, nei panni del direttore di una patinata rivista sul vino, realmente esistente, che si chiama Bibenda.
Vinodentro, frutto di una gestazione travagliata, pur non essendo perfettamente riuscito (con un’abbondanza di simboli e citazioni che rischiano di apparire stucchevoli) è nel complesso un film intrigante e avvincente.
Per gli amanti del vino finalmente un’opera raffinata, nella quale poter riconoscere le proprie passioni e le proprie manie. E per tutti gli altri, astemi compresi, una storia affascinante con un protagonista che sarà difficile dimenticare.

Voto 7

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