Still Alice

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Presentato in anteprima a Toronto e poi alla nona edizione del Festival Internazionale del Film di Roma, il toccante dramma diretto da Richard Glatzer (Quinceañera) e Wash Westmoreland prende le mosse dal best seller della neuroscenziata e scrittrice Lisa Genova, pubblicato in Italia con il titolo Perdersi, e ci sbatte davanti agli occhi la storia di una professoressa universitaria che si trova improvvisamente a dover convivere con una forma precoce di Alzheimer.



Alice Howland (Julianne Moore), moglie di John (Alec Baldwin) e madre di tre figli, è un’affermata professoressa di Linguistica conosciuta in tutto il mondo. Nella sua vita non c’è niente che non vada, fino al giorno in cui, mentre relaziona come ospite in una sala gremita di gente, accade qualcosa di strano: all’improvviso le mancano le parole per continuare il suo brillante discorso. E’ questo il primo sintomo di una rara forma di Alzheimer precoce da cui, di lì a poco, scoprirà di essere affetta.

Diciamolo chiaramente: Still Alice è Julianne Moore e Julianne Moore è Still Alice. L’attrice possiede letteralmente il film, perché Alice è il fulcro attorno al quale la storia si dipana, ma anche perché è uno di quei ruoli che richiede un’attenzione e un controllo assoluto da parte di chi lo interpreta. Con un approccio composto e dignitosissimo Julianne Moore ci accompagna nella nebbia di quella che viene definita come la forma più comune di demenza degenerativa, una malattia impietosa e crudele che a poco a poco porta chi ne soffre ad allontanarsi da se stesso. Mentre si abbandona defnitivamente la speranza che qualcosa di consolante possa accadere, in una sorta di soggettiva sdoppiata vediamo la Alice sana, quella di un tempo, che osserva la Alice di ora, sempre più assente e irriconoscibile mentre si guarda spesso allo specchio, giustamente utilizzato come elemento in cui si riflettono le coscienze, simbolicamente legato al tema del doppio.

Dopo le notevoli declinazioni della malattia portate sullo schermo da Sarah Polley nel toccante Away From Her e più di recente da Michael Haneke con il suo struggente Amour, focalizzate principalmente sul modo in cui questa influisce nelle relazioni interpersonali, Glatzer e Westmoreland affrontano la storia di Alice in soggettiva. Osserviamo la donna mentre cerca di razionalizzare quello che le sta capitando, quando prende appunti sul cellulare per evitare che tutto le sfugga di mano e siamo con lei quando realizza che niente e nessuno può aiutarla nel suo lento e inesorabile declino verso il nulla.

Senza ricorrere a mezzucci da lacrima facile i due registi confezionano un film che pesa per un buon 90% sulle spalle della protagonista (già premiata con un Golden Globe e in odore di Oscar, dopo quattro nomination andate a vuoto), una Julianne Moore che riesce a infondere al suo personaggio un rigore e una fragilità commoventi nel cercare di rimanere aggrappata con le unghie e con i denti alla persona che era prima di ammalarsi. A supportare quella che rimarrà certamente come una delle sue performance più intense, ci sono due comprimari altrettanto in parte come Alec Baldwin nei panni del marito di Alice e (udite, udite) Kristen Stewart, che nel ruolo della figlia minore della donna dimostra un talento che abbiamo cercato a lungo e che sta finalmente venendo a galla.

Voto 7

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Carolina Tocci

Giornalista freelance e blogger, un giorno le è venuta l'idea di aprire questo sito. Scrive di cinema e gossip e nel buio di una sala cinematografica si sente a casa.

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