Vergine giurata

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Unico film italiano In Concorso alla 65esima edizione della Berlinale e tra i dodici film selezionati per partecipare al Tribeca Film Festival (che si svolgerà a New York dal 15 al 26 aprile 2015) nella sezione competitiva World Narrative Competition, Vergine giurata è una piccola grande storia che parla di negazione del sé e della successiva sua ricerca. Per il suo esordio nel lungometraggio non ha scelto certo una strada facile Laura Bispuri, regista di luoghi e di facce, che dopo il David di Donatello per il corto Passing Time e Nastro d’Argento per un altro corto, Biondina, ha deciso di compiere il grande passo, facendo proprio il romanzo di Elvira Dones e trasformandolo in immagini ipnotiche e suggestive.



La storia è quella di Hana, ragazza orfana che cresce sulle montagne albanesi in una famiglia che si prende cura di lei. Tra le vette innevate ai confini col Kosovo vige una cultura arcaica, maschilista e basata sull’onore, che non riconosce alle donne alcuna libertà, con padri, fratelli e mariti che esercitano su figlie, sorelle e mogli un potere di vita e di morte. Per sfuggire al suo destino, Hana si appella a una delle leggi claniche del suo popolo, il Kanun, che concede alle donne che giurano di rimanere vergini lo status di uomo e il diritto di vivere libere. Ottenendo così gli stessi diritti dei maschi, ma rinunciando alla sua femminilità e ad ogni forma di amore, Hana diventa Mark. Dopo anni vissuti come un uomo, però, la ragazza decide di lasciare l’Albania e raggiunge sua sorella, fuggita anni prima, nel nord Italia. Un viaggio durante il quale la sua femminilità negata e cancellata, tornerà prepotentemente a riaffacciarsi.

E’ affascinante seguire il percorso di Hana che si trasforma in Mark per poi tornare Hana, il suo viaggio per scoprire qualcosa che alla maggior parte delle persone appartiene sin dalla nascita: l’identità. Giurare di diventare qualcuno o qualcosa che è altro da sé si porta dietro tutta una serie di conseguenze a dir poco destabilizzanti, conseguenze che cogliamo nelle parole (poche a dire la verità) e nei gesti di Alba Rohrwacher che dimostra ancora una volta di essere una delle attrici migliori della sua generazione. Recitando per quasi tutto il film in albanese, l’attrice incarna perfettamente con la sua esasperata androginità l’abbrutimento che colpisce una creatura costretta a stare nel mezzo. La camera della Bispuri la segue silenziosa, limitandosi ad osservarla da vicino ma senza la volontà di imporre un punto di vista ben preciso. In un film dai tempi dilatati che impiega un po’ a carburare, è la seconda parte ad uscirne vittoriosa, quando la femminilità repressa e poi ricercata di Hana, fatta faticosamente riemergere, assume il significato nitido e liberatorio di una rinascita.

Voto 7

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Carolina Tocci

Giornalista freelance e blogger, un giorno le è venuta l'idea di aprire questo sito. Scrive di cinema e gossip e nel buio di una sala cinematografica si sente a casa.

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