Fino a qui tutto bene

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“Questa è la storia di un uomo che cade da un palazzo di 50 piani.
Mano a mano che cadendo passa da un piano all’altro, il tizio per farsi coraggio si ripete ‘Fino a qui tutto bene. Fino a qui tutto bene. Fino a qui tutto bene’.
Il problema non è la caduta, ma l’atterraggio.”
(L’odio)

L’universo idiosincratico dei trentenni, fatto di paura per l’immediato futuro e camere ammobiliate in affitto, è da sempre argomento piuttosto spinoso da trattare, se non altro in termini cinematografici.
Il rischio di eccedere sul versante del luogo comune o del facile stereotipo goliardico è infatti perennemente dietro l’angolo e il ricordo dell’ultimo, irritantissimo film di Pieraccioni sta ancora lì a dimostrarcelo.
Quasi interpretando alla lettera il succitato passaggio de L’odio di Kassovitz, Roan Johnson (già autore, un paio di anni fa, del buon I primi della lista) aggira abilmente il problema, evitando qualsiasi pretesa di analisi generazionale legata all’atterraggio e concentrandosi invece esclusivamente sulla caduta: l’ultimo weekend da coinquilini di cinque ragazzi alla vigilia dell’abbandono di un appartamento in cui, per anni, hanno condiviso sogni, paure, amori e anche qualche delusione.

C’è Cioni (Paolo Cioni) che sta per tornare a casa dei suoi, Ilaria (Silvia D’Amico) che ha scoperto da poco di essere incinta, Vincenzo (Alessio Vassallo) che ha appena ottenuto un dottorato in Islanda e non sa come dirlo alla fidanzata Francesca e infine Andrea (Guglielmo Favilla), attore frustrato più dal successo della sua ex che non dal proprio insuccesso.
Ciò che li accomuna è il trovarsi tutti nella medesima posizione di chi non ha ancora toccato il suolo e, per paura o semplicemente perché sa che certi momenti non torneranno mai più, cerca di mettere in pausa la caduta esattamente un attimo prima dell’atterraggio.
Tanto il mondo fuori potrà aspettare ancora qualche giorno e comunque c’è ancora un’ultima festa da organizzare, una pasta da cucinare con qualsiasi cosa ci sia in frigo o una bolletta del telefono per cui litigare.

Nato come documentario sulla vita universitaria commissionato al regista dall’Università di Pisa, Fino a qui tutto bene si è pian piano evoluto fino a trasformarsi in un’opera di finzione che però, grazie anche a un profilo tenuto sapientemente basso, riesce nella difficile impresa di avvicinarsi alla realtà fino ad assomigliarle incredibilmente.
L’arma vincente, in questo senso, è una costante leggerezza di fondo per tutta la (scarsa) durata del film e l’assenza di una struttura narrativa rigida. Quest’ultimo elemento in particolare, lungi dal rendere l’opera una sequenza di situazioni divertenti ma scollate tra loro, restituisce in maniera perfetta allo spettatore la percezione – e soprattutto il ritmo – di quelle giornate passate ciondolando tra un libro che proprio non si ha voglia di aprire e le infinite chiacchiere basate sul nulla davanti a troppi caffè.
Aiutano la buona riuscita del film un cast composto interamente da attori pressoché sconosciuti (se si esclude la partecipazione di Isabella Ragonese) e dotati della giusta freschezza e un copione ben scritto, ironico e poco incline all’esistenzialismo spinto e al politically correct da fiction TV, ad eccezione giusto di un paio di cadute (l’amico morto in un incidente e la ragazza incinta sono veri e propri tòpoi di questo genere di film) tutto sommato tollerabili, che non guastano la leggerezza di una visione tutt’altro che banale e scontata.

NdR: Per finanziare Fino a qui tutto bene è stata utilizzata una formula particolare: la realizzazione in partecipazione. Ossia nessuno degli attori e dei tecnici è stato pagato per il lavoro svolto, ma ad ognuno sarà assegnata una percentuale sugli incassi in sala.

Voto 6,5

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Fabio Giusti

Da sempre convinto che, durante la proiezione di un film, nulla di brutto possa accadere, ha un passato da sceneggiatore, copywriter e altre prescindibili attività. A parte vedere film fa ben poco.

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