Festival di Roma 2014 – Giorno 7

Di Carolina Tocci
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Ad accompagnare il primo giorno di un autunno che mai come quest’anno si è fatto attendere, al Festival Internazionale del Film di Roma sono sbarcati tre titoli che hanno davvero poco o nulla in comune.

STONEHEARST ASYLUM di BRAD ANDERSON



Come già aveva fatto co il suo lungometraggio d’esordio, Session 9 e nei successivi L’uomo senza sonno e Transsiberian, Brad Anderson torna a trattare il tema della malattia mentale e delle illusioni con Stonehearst Asylum. Liberamente tratta da Il sistema del dr. Catrame e del prof. Piuma, un racconto di Edgar Allan Poe, la pellicola (prodotta da Mel Gibson) è ambientata in Inghilterra nell’inverno del 1899, e precisamente all’interno dello Stonehearst Asylum, l’ospedale psichiatrico presso il quale il neo laureato dott. Edward (Jim Sturgess) si reca per iniziare il suo apprendistato. Ad assisterlo troverà il dott. Lamb (Ben Kingsley), che lo presenta ai pazientitra i quali c’è anche l’affascinante Eliza Graves (Kate Beckinsale), ricoverata a causa di una grave forma di isteria. I sistemi considerati medievali sono stati recentemente aboliti e i malati sono lasciati liberi all’interno dell’istituto. Il giovane Edward scoprirà tuttavia che tra quelle mura si nascondono minacciosi segreti.

Impossibile, con una trama del genere, non pensare allo Shutter Island scorsesiano o a The Ward di John Carpenter, anche se gli elementi riconducibili ai suddetti titoli purtroppo si esauriscono con l’ambientazione. Indeciso se firmare un horror gotico, un thriller a sfondo psichiatrico o un dramma sentimentale, Anderson sembra aver perso di vista il suo obiettivo: Stonehearst Asylum rimane prigioniero della propria ibridità nonostante si avvalga di cast, scenografie e costumi di livello, rimanendo del tutto privo di appeal e suspense. La trama si sviluppa attraverso una prima parte più gotica e decisamente più riuscita, e una seconda i cui i tasselli del puzzle vanno esattamente dove ci si aspetta che vadano. La traccia del melò, dopo una partenza in sordina, finisce per prendere il sopravvento sulle altre e non è sufficiente la presenza di due Premi Oscar quali Ben Kingsley e Michael Caine a risollevare le sorti del film. Peccato perché il racconto di Poe da cui trae spunto possiede un potenziale che non meritava di andare sprecato in questo modo.

Voto 5


ANGELI DELLA RIVOLUZIONE di ALEKSEJ FEDOR?HENKO

Ma oggi è l giornata di Aleksej Fedor?henko, il cineasta russo produttore di oltre venti film, sceneggiatore e scrittore che stasera riceverà il Marc’Aurelio del Futuro dalle mani del Direttore artistico del Festival Marco Müller. Per l’occasione il regista di Silent Souls e Spose celestiali dei mari di pianura ha portato a Roma in prima mondiale il suo ultimo lavoro, Angeli della Rivoluzione, presentato nella sezione Cinema d’Oggi.
Da sempre interessato al recupero delle tradizioni fra le popolazioni che ancora resistono al dominio della cultura prevalente, anche questa volta Fedor?enko racconta una storia, basata su fatti realmente accaduti, di diversità e di accettazione all’interno degli immensi territori dell’ex Unione Sovietica, ambientato in piena epoca stalinista. Siamo nel 1934 e la leggendaria attivista comunista Polina Revoluzia viene incaricata dal neonato governo sovietico di portare ordine nel nord del paese. Con l’aiuto di cinque amici, ex rivoluzionari diventati artisti d’avanguardia, dovrà convincere gli sciamani delle popolazioni siberiane di Khanty e Nenets ad accettare la nuova ideologia.

Il regista russo continua a mostrare attraverso il suo personale sguardo come il cinema possa essere insieme poesia e ricerca etno-antropologica, mostrando mondi magici e misteriosi con l’abilità compositiva che da sempre contraddistingue i suoi lavori. In un continuum di affascinanti invenzioni visive, anche questa volta Fedor?henko comunica con il pubblico servendosi di un linguaggio che si esprime al meglio attraverso delle inquadrature che rasentano la perfezione estetica e rappresentano la vetta più alta del lirismo cinematografico contemporaneo.

Voto 7

FINO A QUI TUTTO BENE di ROAN JOHNSON

L’universo idiosincratico dei trentenni, fatto di paura per l’immediato futuro e camere ammobiliate in affitto, è da sempre argomento piuttosto spinoso da trattare, se non altro in termini cinematografici.
Il rischio di cadere nel luogo comune o nel facile stereotipo è infatti perennemente dietro l’angolo e l’ultimo, irritantissimo film di Pieraccioni sta lì a dimostrarcelo.
Roan Johnson (già autore, un paio di anni fa, del buon I primi della lista), con Fino a qui tutto bene aggira il problema evitando qualsiasi pretesa di analisi generazionale e concentrandosi invece su una storia piccola: l’ultimo weekend da coinquilini di cinque ragazzi, alla vigilia dell’abbandono dell’appartamento in cui, per anni, hanno condiviso sogni, paure, amori e anche qualche delusione.
Aiutano la buona riuscita del film un cast composto interamente da attori sconosciuti (se si esclude la partecipazione di Isabella Ragonese) e dotati della giusta freschezza e un copione tutto sommato ben scritto, molto ironico e poco incline all’esistenzialismo spinto e al politically correct da fiction TV, ad eccezione giusto di un paio di cadute (l’amico morto in un incidente e la ragazza incinta sono veri e propri topos di questo genere di film) tollerabili e che non guastano la leggerezza di una visione tutt’altro che banale e scontata.

Voto 6

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Carolina Tocci

Giornalista freelance e blogger, un giorno le è venuta l'idea di aprire questo sito. Scrive di cinema e gossip e nel buio di una sala cinematografica si sente a casa.

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