Citizenfour

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Alla base di un’opera di non-fiction come Citizenfour ci sono due elementi che ne costituiscono contemporaneamente il punto di forza e la condicio sine qua non, l’originalità e la convenzionalità, la peculiarità e il limite, e sono l’esclusività dello sguardo e l’urgenza del momento storico, un binomio che qualifica l’indagine privatissima e privilegiata della cinquantenne Laura Poitras come un’impresa più vicina alla sfera giornalistica che a quella puramente cinematografica e come un progetto talmente legato alla propria epoca e all’opportunità che l’ha generato da farsi sensibilissimo alla prova del tempo. Dopo l’occupazione occidentale in Iraq di My Country, My Country e il lato controverso della guerra al terrorismo di The Oath, la documentarista bostoniana completa la sua trilogia sulle conseguenze dell’11 settembre con il capitolo più connesso alla realtà intrinseca dell’America dei nostri giorni, riprendendo gli incontri clandestini fra il columnist del Guardian Glenn Greenwald e l’ex-consulente CIA Edward Snowden con la stessa prospettiva diretta e osservazionale con cui Robert Drew seppe catturare il fermento sociopolitico dell’amministrazione Kennedy in Crisis, riducendo al minimo l’artificio per lasciar parlare la Storia nel suo manifestarsi e nel suo divenire.



In questo modo l’operazione di Citizenfour, ovverosia la rivelazione dei segreti sulle invasive azioni di spionaggio condotte dall’Agenzia per la Sicurezza Nazionale sulla popolazione statunitense, vive più della sua natura di evento (o di scoop, restando in ambito editoriale) che non di effettivo oggetto filmico, tanto inestricabile dall’attualità e dalla materia da adombrare il taglio rigoroso e invisibile con cui la Poitras allestisce il racconto e con cui, sebbene coinvolta in prima persona in quanto cooptata dallo stesso Snowden come unico “alleato” possibile, se ne discosta, con una discrezione deontologica da reporter d’inchiesta.

Il risultato è un lavoro tanto personale e sentito quanto sottile e meticoloso, abilissimo a creare dal nulla, con la sola potenza della suggestione e senza sotterfugi di post-produzione un’atmosfera inquietante ai limiti della tensione spionistica – come nell’episodio dell’allarme antincendio, che pare uscito dal clima paranoide de La conversazione di Coppola -, attento a non conferire al proprio protagonista facili pose messianiche o martiriche ma ad assecondare la sua volontà di rimanere ai margini (“qui non si tratta di me, non sono io la storia”, afferma lui alla vigilia della prima intervista) e a seguirne l’inevitabile trasformazione dal dedito idealista del primo atto al realista rassegnato del secondo, dall’anonimo, dimesso nerd dell’inizio alla tormentata superstar suo malgrado della conclusione.

Se quindi la lunga sezione centrale nella camera d’albergo di Hong Kong si lascia guidare dallo slancio del cinéma vérité e dall’escalation del ciclone mediatico vista da distante, l’andamento si fa un po’ più incerto lontano dal fulcro, quando, affidandosi in buona parte a filmati d’archivio e adottando un tono necessariamente divulgativo, si cerca di ovviare all’assenza di Snowden, ma, pur sacrificando l’equilibrio d’insieme, il film guadagna in coerenza e in sincerità, ritraendo l’uomo come la semplice miccia di un sommovimento globale e non come la figura accentrante da culto della personalità che avrebbe potuto vampirizzare e falsare l’intera pellicola.

E dopo un emozionante e intelligente finale tutto giocato sul non-detto e sul non-mostrato in cui i personaggi sono costretti a comunicare principalmente per via cartacea pur essendo nella medesima stanza per paura di eventuali microspie nascoste, ciò che rimane è un rinfrancante ritorno del documentario politico americano a una forma autentica e asciutta sempre più rara, un antidoto ponderato all’esibizionismo chiassoso dei Michael Moore o dei Morgan Spurlock e un esempio più che notevole, per quanto sorretto dalle circostanze, di etica della rappresentazione.

Voto 7

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