Avengers: Age of Ultron

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The Avengers, nel suo genere, era un film della madonna. Pochi difetti, o comunque trascurabili, soprattutto se visti alla luce degli innumerevoli pregi, ha rappresentato forse la sfida più difficile mai affrontata nel mondo dei cinecomic, ovvero unire così tanti personaggi, tutti o quasi già protagonisti di pellicole “soliste”, riuscendo a gestirli tutti insieme all’interno di un’unica storia ben costruita, con un ritmo e una fluidità davvero notevoli. Quindi era ovvio che l’hype nei confronti di Avengers: Age of Ultron arrivasse alle stelle. Ed è con un pizzico di delusione che siamo qui a spiegare i motivi per cui, secondo noi, il secondo capitolo degli Avengers cinematografici si va invece a posizionare un gradino più in basso rispetto al suo predecessore. Sarà che soffre un po’ della sindrome di chi sta nel mezzo (l’ultimo film della quadrilogia sui Vendicatori, War Infinity, uscirà in due parti), ma ci sono diversi punti in cui, pur funzionando come un capitolo autonomo, lo script soffre dii cedimenti piuttosto consistenti che in alcuni casi lasciano alcune situazioni appese in attesa di non si sa bene cosa.



Diretto sempre da Joss Whedon, Avengers: Age of Ultron si apre con Tony Stark e Bruce Banner intenti ad avviare un programma per mantenere la pace nel mondo dopo la caduta dello SHIELD, lasciando all’oscuro gli altri Vendicatori. Naturalmente le cose non vanno come dovrebbero, così i poteri di Iron Man, Captain America, Thor, L’Incredibile Hulk, Vedova Nera e Occhio di Falco saranno messi a dura prova, ora che il destino del pianeta è di nuovo nelle loro mani. Sarà infatti compito loro fermare il perfido Ultron (James Spader), il nemico tecnologico fatto di Vibranio i cui terribili piani prevedono l’estinzione della razza umana. Nel farlo, i nostri supereroi incontreranno due nuovi personaggi, la manipolatrice di menti Wanda Maximoff (Elizabeth Olsen) e il suo fratello gemello, Pietro Maximoff (Aaron Taylor-Johnson), quest’ultimo già visto in X-Men – Giorni di un futuro passato, in grado di muoversi a velocità supersoniche.

Joss Whedon, dicevamo. Ecco un regista che potrebbe tranquillamente incarnare uno dei supereroi Marvel di cui dal 2012 racconta le gesta sul grande schermo. Uno che ormai maneggia con una certa disinvoltura le loro storie e che meglio di altri ha dimostrato di esserci saputo entrare: forse proprio perché è il nerd che Hollywood ha sempre tenuto in disparte, celebre soprattutto per aver creato serie come Buffy the Vampire Slayer, Angel e Firefly e che ha avuto la sua rivalsa quando si è visto in pole position per dirigere un film tanto potenzialmente meraviglioso quanto concretamente non semplice come The Avengers. Uno come lui che è cresciuto a pane e fumetti di Stan Lee e Jack Kirby ha dimostrato di essere la persona giusta già alla regia del primo film, dando prova di essere tanto intelligente da capire quanto fosse importante per il successo della saga, sì rispettare il materiale originale di partenza, ma anche fare in modo che il film fosse comprensibile e godibile per chi non aveva mai preso in mano un fumetto dei Vendicatori.

Nelle sue mani, gli Avengers sono davvero dei supereroi con super problemi e in Age of Ultron questi ultimi escono fuori tutti. Da Vedova nera alle prese con il terribile passato che riemerge all’improvviso a Captain America con il suo perbenismo, ormai a disagio da un mondo che quasi non gli appartiene più, passando per Tony Stark che ancora una volta si dimostrerà troppo individualista per lavorare in gruppo. E poi ancora Occhio di Falco che nasconde non poche sorprese, Thor che se ne va in giro con il suo mantello svolazzante come se nulla fosse, saldamente legato alle proprie origini asgardiane e infine Bruce Banner, alter ego di Hulk, qui in un’insolita veste romantica e mai così tormentato.

Quello che Whedon è riuscito a mantenere invariato rispetto al primo film sono elementi quali la familiarità e la confidenza che il pubblico  percepisce sin dalla prima scena, mentre segue le avventure di quel gruppo di amici che cerca di salvare il mondo tra una battuta e l’altra, nonostante i toni generali si facciano decisamente più dark e seriosi. E anche l’abilità che il regista newyorkese ha già ampiamente dimostrato nel tessere le fila di un cinecomic al cui interno vengono raccontate tante storie, oltre a quella che inizia con i titoli di testa e finisce con quelli di coda.

E poi c’è Ultron, che rappresenta una nuova forma di villain: un’intelligenza artificiale che prende coscienza di sé e si rivolta contro il proprio creatore è l’evoluzione del tema della ribellione della macchina, assunto imprescindibile della letteratura (il Frankenstein di Mary Shelley su tutti) divenuto particolarmente caro anche al cinema. Significativo da questo punto di vista è il fatto che Ultron canticchi più volte il brano I’ve Got No Strings, prendendolo in prestito dal Pinocchio disneyano.

La sceneggiatura, come abbiamo detto, si poteva sistemare un po’ meglio, si sarebbero evitati quei due o tre momenti di stanca che in un film di due ore e mezzo possono fare la differenza, anche se  effettivamente  non deve essere stato facile gestire una tale quantità di materiale. A questo aggiungiamo che il 3D riconvertito non vale il prezzo del biglietto maggiorato, se non per un paio di sequenze. Ma guardare i Vendicatori uniti che combattono i robot di Ultron rimane comunque un’esperienza elettrizzante.

Voto 6,5

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Carolina Tocci

Giornalista freelance e blogger, un giorno le è venuta l'idea di aprire questo sito. Scrive di cinema e gossip e nel buio di una sala cinematografica si sente a casa.

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