Venezia 72 – Giorno 5

Di Andrea Bosco
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Si esaurisce nell’arco di nemmeno 48 ore la rappresentanza transalpina a Venezia 72, perlomeno nella sezione principale, una selezione esigua e senza pretese capace non solo, per una volta, di venire risparmiata dagli abituali e spesso immeritati fischi di noi rancorosi cugini d’Oltralpe ma, anzi, di rappresentare in questa finora sfuocata edizione l’unica di mettere positivamente d’accordo tutti, critica e pubblico, spettatori smaliziati e occasionali.

Dopo gli applausi sinceri e per molti versi inaspettati ricevuti da Xavier Giannoli e dal suo Marguerite, a passare indenne al giudizio della Sala Darsena è il compatriota Christian Vincent, che con il suo L’hermine supera brillantemente quella fase d’impasse – ma di notevole rendimento commerciale – culminata con i deboli Amore a cinque stelle e La cuoca del presidente, non riacquistando a tutti gli effetti quella piena forma autoriale che, con il notevole esordio de La timida, aveva fatto parlare di un possibile secondo Rohmer, ma girando comunque un inattaccabile, delizioso esempio di cinema medio nobilitato tanto da una scrittura serrata e brillante quanto dall’umiltà di mettersi al servizio delle interpretazioni del proprio cast. Insostituibile fulcro di questo curioso e discreto melange di courtroom drama e di commedia romantica di carattere è infatti il veterano Fabrice Luchini, già protagonista del debutto e preziosissimo elemento ricorrente di tanti Racconti Morali, che qui, più sornione che mai, si produce in una travolgente performance da papabile Coppa Volpi alle prese con le idiosincrasie, i tic e l’insanabile senso di solitudine di un severo Presidente di Corte d’Assise, fotografato tanto nel suo ambito pubblico – un processo per infanticidio – quanto in quello privato – la sua impacciata infatuazione per una vecchia conoscenza capitatagli casualmente come giurata. Il risultato è un lieve e agrodolce ritratto sottilmente impertinente nei confronti dei generi di riferimento (tant’è che sia il chiaro scioglimento procedurale quanto quello sentimentale ci sono negati) la cui inclusione In Concorso sarà stata forse un po’ eccessiva, ma che brilla come garbato meta-esercizio sulla coincidenza Arte-Vita (si suggerisce che il Giudice stia al suo tribunale come un regista stia al palcoscenico) e come saggio di bravura per una delle più inestimabili e sottostimate figure della cinematografia francese.



Luca Guadagnino,Tilda Swinton e Ralph Fiennes - A Bigger Splash

Luca Guadagnino,Tilda Swinton e Ralph Fiennes - A Bigger Splash

In tutt’altra direzione si muove il primo concorrente della mattinata e il secondo emissario italiano della comitiva, ma tutto sommato, in nome di una consacrazione internazionale ricevuta a dispetto degli spernacchiamenti di casa, non si direbbe. A Bigger Splash è per l’appunto il progetto con cui Luca Guadagnino, inguaribile chiagni e fotti” della produzione nostrana, tenta il grande lancio internazionale dopo l’acclamazione tutta d’Oltreoceano del precedente Io sono l’amore: rispetto alla patina pseudoviscontiana del precedente, Guadagnino sembra voler adottare la struttura caotica e indisciplinata del film conviviale girato fra amici (quello, con risultati ben diversi, di Io ballo da sola di Bertolucci, per citare il modello più prossimo) e usa come pretesto l’idea di riadattare il già non eccelso La piscina di Jacques Deray per stendere un fatuo, cadaverico e altezzoso intreccio di morbosità, di seduzioni e di gelosie dalle finalità prettamente commerciali che suona più che altro come un presuntuoso atto di vanità e di autoaffermazione.

Matthias Schoenaerts, Luca Guadagnino, Dakota Johnson, Tilda Swinton e Ralph Fiennes

Matthias Schoenaerts, Luca Guadagnino, Dakota Johnson, Tilda Swinton e Ralph Fiennes

Pur con qualche alleggerimento autoironico e con un cast a targhe alterne (ottimi Tilda Swinton e, soprattutto, un irrefrenabile Ralph Fiennes, decisamente più modesti Matthias Schoenaerts e, manco a dirlo, Dakota Johnson), il cinema di Guadagnino resta in ogni caso ostinatamente irricevibile e a beneficio di una platea (soprattutto estera) accuratamente selezionata, e nel suo tentativo di mitigarsi e di dimostrare un’anima meno rigida scivola su una resa estetica piena di sbavature (i goffi movimenti di macchina a schiaffo, in particolare), di analisi sociologiche appiccicate con lo sputo (la questione dei migranti come capri espiatori di tutto) e di sguaiatezze assortite.

Insomma, se lo scopo di Guadagnino era, ancora una volta e con maggiore preterintenzione, indisporre i suoi detrattori e coccolare i suoi estimatori, c’è da dire che in questo senso A Bigger Splash sia un’operazione perfettamente riuscita.

Peter Lanzani, Pablo Trapero and Guillermo Francella - El clan

Peter Lanzani, Pablo Trapero and Guillermo Francella - El clan

A soddisfare pienamente è invece il primo membro dell’agguerrito bastimento sudamericano, un’iniezione di adrenalina assimilata nella quiete generale: El clan di Pablo Trapero è un solidissimo studio del mostro che si annida nel quotidiano e nella normalità dei valori fondativi (lo Stato, la Giustizia, ma soprattutto la Famiglia), una storia di violenza e di omertà che trova nell’apparente risveglio dell’Argentina post-peronista un’ambientazione da inferno e il teatro di un’ascesa sociale e politica che nasconde in realtà lo stesso irrespirabile clima di barbarie. I sequestri e gli omicidi compiuti – davvero – da Arquimedes Puccio (il comico televisivo Guillermo Francella, qui in un’inedita, travolgente performance glaciale e luciferina degna del Palmares) e dai suoi congiunti diventano così l’occasione per riflettere sulla deformazione dei meccanismi familiari – il punto di vista è quello del figlio Alejandro (Peter Lanzani) – e istituzionali (a giustificare e a tutelare l’operato dei Puccio sta la necessità da parte del governo centrale di mantenere la strategia della tensione), e Trapero, pur conducendo il gioco con occhio a tratti compiaciuto (i rapimenti accompagnati da hit più o meno dell’epoca, l’indugiare piuttosto gratuito sulle torture inflitte alle vittime), riesce a ottenere l’effetto di un romanzo criminale malsano di grande potenza, spietato e senza sbocchi, gettando nel baratro indistintamente chiunque, dai carnefici alle prede, dai committenti agli gnorri.

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