A Bigger Splash

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Se c’è un leitmotiv nel retroterra umano e culturale della produzione di Luca Guadagnino, dalla coppia assassina di The Protagonists all’adolescente infoiata di Melissa P., dagli industriali repressi di Io sono l’amore ai maudits invecchiati e abulici di A Bigger Splash, questo è di sicuro il ritratto di una borghesia, preferibilmente alta, trascinata dai propri impulsi più inconfessabili e da una combinazione letale di tedio e fregola.



Il regista palermitano, smaltita la sbornia di consensi oltreoceanici della sua fortunatissima fatica precedente, compie un ulteriore passo verso un cinema di ricercata, studiata internazionalizzazione e, con il pretesto di aderire alla struttura caotica e indisciplinata del film conviviale, trasforma l’apparato di frivole morbosità assortite del già modesto La piscina di Jacques Deray in una girandola ostentatamente autocelebrativa atta esclusivamente a compiacere una platea meticolosamente selezionata di estimatori e a indispettire i suoi detrattori.

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Grattando la patina trendy del tourbillon erotico di lusso, accuratamente inserito nella cornice cartolinesca di Pantelleria, ciò che resta, dalle ordinarie variazioni sul tema dell’incomunicabilità (a partire dall’afonia della rock star Tilda Swinton) allo scotto da pagare, sociologicamente en passant, alla questione immigrazione fino all’immagine di un’Italia arlecchinesca e ossequente riassunta dall’inettitudine del consueto macchiettone di Corrado Guzzanti, è piegato con pressapochismo allo sguardo assolutorio e simpatizzante di un cineasta abbagliato dalle luci del jet set e dall’alternativa, anacronisticamente divistica, alla stagnazione nostrana: così come Io sono l’amore poteva dirsi la riduzione in chiave pruriginosa di Gruppo di famiglia in un internoA Bigger Splash sembra rifarsi all’esempio di Io ballo da sola, fraintendendone lo spirito voyeuristico e identificandosi nell’indole snob del suo microcosmo – al contrario del distacco operato da Bertolucci -, disseminando qua e là riferimenti più o meno gratuiti e pretenziosi, a cominciare dalla tela di Hockney da cui deriva il titolo, e piegando il tutto, intreccio compreso, che si spappola in un epilogo che gira a vuoto, a sterile giochino intellettuale.

Più che alla Capri del malessere ancestrale de Il disprezzo di Godard, poi, la Pantelleria sullo sfondo assomiglia alla Costa Azzurra di certe sciocchezzuole mondane à la Piace a tutti, con tanto di ninfetta perturbante a smuovere i bassi istinti (una Dakota Johnson di svogliata cagneria), più location da divertissement vacanziero fra amici – cosa che, alla fin fine, il progetto in sè è – che presenza incombente e specchio della natura animalesca e sensuale che anima i quattro protagonisti: in questo modo Guadagnino si allontana dai suoi modelli più altisonanti per inscriversi nelle assai più dozzinali coordinate del bel mondo di Roger Vadim, sfoggiando sì un’indubbia energia, personificata da un esuberante, spassoso Ralph Fiennes che – ci mancherebbe altro – dà l’impressione di spassarsela un mondo, ma anche la solita rozzezza esecutiva (l’uso sincopato dello zoom, l’abbondanza di panoramiche a schiaffo) spacciata per stile.

A Bigger Splash, in definitiva, è puro glamour travestito da cinema, l’operazione cinica e calcolata di un autore che si bea del proprio status di “incompreso” e, più che un oggetto filmico in senso stretto, un irricevibile, molesto atto di vanità.

Voto 4

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