Office 3D – La recensione dal Festival di Roma

Di Fabio Giusti
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Scheda
(Hua Li Shang Ban Zou Cina, Hong Kong 2015)
Regia: Johnnie To
Con: Chow Yun Fat, Sylvia Chang, Eason Chan
Durata: 1 ora e 57 minuti
Distribuzione –

Ho Chung-ping (Chow Yun Fat) è il presidente di una società miliardaria, la Jones & Sunn, che è sul punto di essere convertita in SpA. Quando la squadra di revisione dei conti entra in azienda per verificarne la salute finanziaria, una serie di intrighi interni cominciano lentamente a uscire allo scoperto. Si viene a sapere infatti che lo stesso presidente ha una storia d’amore segreta con l’amministratrice delegata (Sylvia Chang), a sua volta coinvolta in una relazione con uno dei  manager più ambiziosi della società. A complicare il tutto la figlia di Ho Chung-ping, da poco assunta sotto mentite spoglie per evitare favoritismi, sullo sfondo, il crollo della Lehman Brothers che dà inizio alla più grave crisi economica nella storia.



Chi conosce e apprezza l’opera di Johnnie To non rimarrà affatto stupito da questa sua prima incursione nel mondo del musical. La passione del regista di Hong Kong per le coreografie ardite era semplicemente declinate altrove, per la precisione nei filoni gansteristico e noir che lo hanno reso uno dei pilastri riconosciuti del cinema orientale tutto.
A sorprendere semmai è l’argomento scelto perché, almeno sulla carta, l’idea di un musical sulla crisi economica mondiale ambientato interamente in un ufficio è qualcosa che definire ardito è un eufemismo. Nelle mani esperte di Johnnie To invece, la piece teatrale di Sylvia Chang (una delle protagoniste), diventa un mix sapientemente equilibrato di humour e melò, con le canzoni ad accompagnare in maniera mai invasiva il dipanarsi della storia.
Storia che, va detto subito, non rappresenta in alcun modo il fulcro dell’interesse.

La magia di Office è infatti quasi interamente nella sua stilizzata e rigorosissima cornice visiva. Quello che To riesce a fare con lo spazio austero di un ufficio, delimitato in modo assai geometrico da una serie di linee rette, quasi sempre illuminate da neon gialli, è davvero straordinario. A troneggiare su tutto e tutti, poi, un enorme orologio (simbolo vagamente steampunk) quasi a ricordare allo spettatore che tutto ciò di cui si parla nel film, che sia amore o economia, è soggetto al tempo e che nulla dura in eterno.
E poi piani-sequenza, inquadrature di eccezionale eleganza e una fluidità del racconto di cui sono capaci soltanto i più grandi, Scorsese e Tarantino per fare i primi due nomi che vengono in mente durante la visione.
Confrontandosi con un genere così connotato come quello del musical, Johnnie To ha inoltre l’opportunità di omaggiare quel cinema americano classico (quello degli Howard Hawks e Vincent Minnelli) che non ha mai fatto segreto di riverire.
Film interessantissimo che speriamo non venga trascurato da una distribuzione italiana spesse volte miope verso la sterminata produzione del regista di capolavori come Breaking News ed Election.

Voto 7

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Fabio Giusti

Da sempre convinto che, durante la proiezione di un film, nulla di brutto possa accadere, ha un passato da sceneggiatore, copywriter e altre prescindibili attività. A parte vedere film fa ben poco.

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