Pan – Viaggio sull’isola che non c’è

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Per quanto dovremo sopportare l’influenza banalizzante e massificante della voga cinefumettara di questo decennio sul cinema di consumo?



Ed è davvero possibile che lo spettatore da multisala di oggi, anestetizzato dalla serialità, abbia una memoria così a breve termine da rendere necessaria la periodica rinarrazione della stessa storia, aggiornata al progredire tecnologico (il “rejig” di Jurassic World), alle esigenze di mercato (il “reboot” di Fantastic Four) o al bieco sfruttamento del marchio (la “retcon” di Terminator Genisys), con esiti talmente parassitari nei confronti del materiale di partenza da stimolare solamente un’incolmabile sensazione di nostalgia per quest’ultimo?

A che fine, dunque, se non quello puramente strumentale, trascinare nella palude degli universi espansi e della continuità retroattiva prototipi totalmente estranei alla tendenza e inadatti al fenomeno come quelli della narrativa, assottigliando ancora di più il confine tra il genuino lavoro di immaginazione e una fanfiction sproporzionatamente costosa?

È il caso, emblematico e spudorato, di Pan, superflua e incongruente origin story para-supereroistica giustapposta a forza dal regista Joe Wright (Espiazione, Anna Karenina) e dallo sceneggiatore Jason Fuchs (il secondo già all’opera, non per nulla, sull’imminente Wonder Woman) alle avventure del ragazzo che non voleva crescere partorito dalla penna di James Matthew Barrie, in verità solo l’ultimo fra i molti tentativi di ampliamento più o meno autorizzati e canonici alla sorgente letteraria, come la notevole graphic novel di Régis Loisel o il goffo precedente di Hook. Ma se alla base dell’operazione del fumettista francese si poteva trovare un’inedita, verosimile disamina dickensiana sul contesto vittoriano del plausibile antefatto e dal giocoso sequel in live action emergeva con coerenza il leitmotiv spielberghiano dell’elogio della purezza infantile, quella di Pan è un’iniziativa inconcludente e contraddittoria che non ha nulla a che fare con la propria mitologia di riferimento, tanto rimodellata ad arte per gli odierni parametri young adult sino a farsi irriconoscibile.

Il Peter Pan del ventunesimo secolo, pertanto, non è più un ragazzino come tanti ma l’ennesimo Prescelto – nella fattispecie, il frutto proibito dell’amore fra una donna umana (Amanda Seyfried) e il principe delle Fate – annunciato dalla solita profezia, il giovane James Hook, non ancora Capitan Uncino (il Garrett Hedlund di Tron: Legacy), è uno scavezzacollo burbero ma bonaccione in stile Han Solo, la principessa pellerossa Giglio Tigrato (Rooney Mara) è un sommario, bizzoso love interest coinvolto esclusivamente in quanto, lasciata fuori dalle vicende per ovvi motivi la figura di Wendy Darling, unico personaggio femminile del lotto e il villain di turno, l’appariscente Barbanera, è un generico bucaniere dandy con parruccone e orecchino vivacizzato appena dalla performance tragicomicamente camp di un divertito Hugh Jackman.

Snaturate così le premesse, al film non resta, come nel caso di Terminator Genisys, che scombinare le carte intrecciando situazioni e dinamiche con criterio praticamente casuale (non è neanche vagamente intuibile la tensione fra il piccolo protagonista e colui che si trasformerà nella sua nemesi, inserito peraltro in una sottotrama romantica più che gratuita), disseminando scontati, ridondanti ammiccamenti all’archetipo come la presenza accessoria di comprimari fra cui Spugna e Campanellino o le premonizioni, fra coccodrilli e ganci, di ciò che diventerà Hook. Il miscuglio così ottenuto è un indigeribile pastone composto di ingredienti stucchevoli che oscilla fra registri incompatibili”, dall’allegoria sociale (il traffico di minori alimentato dalle suore dell’orfanotrofio a beneficio dei filibustieri dell’Isola che non c’è, unica lecita giustificazione per una riambientazione in una Londra vittima dei bombardamenti nazisti altrimenti inspiegabile) alla fantasia steampunk a base di navi volanti condita con anacronismi incomprensibili (Barbanera acclamato a ritmo di Smells like Teen Spirit e di Blitzkrieg Bop), sommergendo il tutto in un’estetica che all’incanto e all’inventiva, rintracciabili soltanto in alcuni gustosi tocchi da teatro circense, come i bambini rapiti dai pirati mediante lunghe corde elastiche o gli indiani uccisi che esplodono in nuvole di polvere colorata, preferisce un attacco frontale ipersaturo di effettacci che finisce unicamente per stordire, fino al climax di un duello navale tutto sfarfallii, botti e concitazione a dir poco nauseante.

Il risultato è uno spettacolo inconsistente spogliato del benché minimo senso di ingenua meraviglia – e non c’è carenza più grave, quando si parla di fiabe -, un marchingegno inerte e macinasoldi pensato per aggiungersi indistintamente alle legioni di franchise che richiamano pubblico a frotte (fallimentare anche in questo, visti i disastrosi introiti al botteghino che hanno disinnescato ogni intenzione di farne una trilogia), il sintomo dell’indolenza e dell’immobilismo che affliggono la quasi totalità del cinema di intrattenimento.

Come già ci esprimemmo a proposito della Cenerentola di Branagh, altro mostruoso equivoco di tecnologia scambiata per magia, si può solo consigliare di recuperare gli originali e i più illustri predecessori.

Voto 3

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