Matrimonio al sud

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Qualcuno, prima o poi, dovrà prendersi la briga di andare da Massimo Boldi e comunicargli che non è Totò.
E che assai difficilmente in futuro sarà oggetto di una qualche rivalutazione tardiva. Magari all’inizio ci resterà un po’ male – pare che il comico di Luino non sia una persona particolarmente incline ad accettare le critiche – ma immagino che, a un certo punto, pure lui se ne farà una ragione. E poi si potrebbe provare a spiegargli con calma che quello che ancora poteva far ridere una ventina di anni fa (tra l’altro, almeno per chi scrive, inspiegabilmente) nel 2015 non diverte più ormai già da tempo. Anzi, semmai mette anche un po’ di tristezza, come quelle barzellette strasentite che un vecchio zio si ostina a sciorinare in occasione di ogni Natale, alla fine di un estenuante cenone, di quelli che in genere non vedi l’ora di alzarti da tavola e scartare i regali.



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Il suo ex sodale Christian De Sica, tra un Pupi Avati e un anno di pausa dai cinepanettoni, un minimo l’antifona deve averla capita mentre l’impressione è che Boldi creda davvero che qualcuno possa davvero trovare divertente l’esile storiella di due futuri consuoceri, uno di Milano (ça va sans dire, lo stesso Boldi) e l’altro (Biagio Izzo) di un immaginario paesino in provincia di Napoli (nella realtà è Polignano a Mare, il che spinge a pensare che, tra questo film e Io che amo solo te,  per i polignanesi sia arrivato il momento di chiedere una tregua) che si fanno la guerra in virtù delle reciproche differenze regionali, a solo pochi giorni dalle nozze dei figli. Figli che – giusto per denotare quanto chiunque abbia partecipato alla scrittura del film sia scollato dalla realtà in maniera preoccupante – sono due neolaureati in informatica appena assunti da una multinazionale californiana per aver inventato un’app con cui scambiarsi bacini e il cui unico scopo nella vita sembra essere quello di copulare di continuo, ovunque capiti.
Forse Boldi è addirittura convinto che un coatto (Enzo Salvi) in piena tempesta ormonale, capitato non si sa per quale motivo al matrimonio, e un wedding planner (Paolo Conticini) che cerca in ogni modo di sedurre le mogli dei protagonisti, tutt’altro che restie ad assecondarne le avances, siano elementi forieri di chissà quali risate.
D’altronde il modo in cui gli autori e il regista Paolo Costella stipano questo Matrimonio al sud di battutacce da caserma e dei più abusati luoghi comuni sulla dicotomia nord-sud, nella flebile speranza che ancora funzionino (il livello è, per intenderci, quello di frittata di maccheroni VS. cotoletta) potrebbe anche essere considerato commovente nel suo essere così fuori dal tempo.

Il condizionale è d’obbligo perché, già a pochi minuti dall’inizio del film, anche lo spettatore meno smaliziato può perfettamente rendersi conto di come l’intero baraccone sia null’altro che un’amena cornicetta all’interno della quale inserire forme di product placement talmente sfacciato che quasi si fa fatica a crederci. Mai nulla di simile si era visto al cinema. Basti sapere che il marchio di una nota azienda produttrice di insaccati appare in quasi ogni scena, creando un effetto di ridicolo involontario che paradossalmente risulta l’unico motore utile di qualcosa che assomigli al riso, seppure amarissimo.
Quando poi anche il libro di un sedicente life coach viene inquadrato per un attimo senza alcun apparente legame con il flusso della narrazione, la certezza di essere vittime designate di una solenne e consapevole presa in giro si fa definitivamente largo e non lascia più alcuno scampo al dubbio.
Perché la verità è che Matrimonio al sud non è un film, ma un lunghissimo spot pubblicitario venuto male.
E’ venuto male perché molto semplicemente non fa ridere e un film comico che non diverte, come un horror che non perturbi o un porno che non ecciti, fallisce il suo bersaglio primario e non ha più alcuna ragione di esistere.
Strano semmai che, dopo il flop dell’ugualmente inguardabile Ma tu di che segno 6? al botteghino, si sia deciso di continuare su questa strada, quasi ignari del fatto che, nel frattempo, gente come Maccio Capatonda, il trio Ciarrapico-Torre-Vendruscolo o anche fenomeni più legati al web come The Pills e The Jackals abbiano contribuito a ridefinire le coordinate di ciò che oggi, in Italia, viene considerato divertente. Qualcuno, prima o poi, dovrà spiegarlo a Massimo Boldi.  Magari prima del prossimo Natale.

Voto 2

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Fabio Giusti

Da sempre convinto che, durante la proiezione di un film, nulla di brutto possa accadere, ha un passato da sceneggiatore, copywriter e altre prescindibili attività. A parte vedere film fa ben poco.

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