Il professor Cenerentolo

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Cinema: Pieraccioni, a 50 anni viro su commedia cattiva

Umberto (Leonardo Pieraccioni) è un ingegnere che pensa be ne di combattere la crisi economica improvvisandosi rapinatore di banche, anzi di banca.Perché, al primo tentativo, viene immediatamente arrestato e spedito per tre anni nel carcere di Ventotene.
La vita in galera è tutt’altro che dura per Umberto che, in cambio di una serie di lezioni private alla figlia del direttore, ha la possibilità di frequentare la biblioteca locale e girare film educativi insieme ai compagni di cella.
Proprio durante la proiezione del suo ultimo film, l’uomo fa la conoscenza di Morgana (Laura Chiatti), insegnante di ballo un po’ svampita che lo scambia per un operatore culturale. Da lì nasce un gioco degli equivoci alimentato dai continui sotterfugi di Umberto per riuscire a frequentare la ragazza nonostante l’obbligo di rientrare in carcere, ogni sera, a mezzanotte.



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Persa ormai da anni quella leggerezza intrisa di goliardia un po’ facilona che aveva reso i suoi primi film (diciamo fino a Fuochi d’artificio compreso) delle piccole zone franche dalla sciatteria allora imperante dei cinepanettoni, Pieraccioni si ostina a perpetrare con cadenza biennale un’idea di cinema che, evidentemente  incapace di rinnovarsi, si limita a girare in tondo.
E pure quando ci ha provato a fare qualcosa di diverso – due anni fa con i giovani fuorisede del pessimo Un fantastico via vai – ne è uscito con le ossa rotte e una delle rappresentazioni meno centrate dell’universo giovanile dai tempi di Ragazzi della notte di Jerry Calà.
A quel punto qualcuno deve avergli consigliato di tornare a fare ciò che una volta gli riusciva benino, cioè telefonare a Giovanni Veronesi e imbastire il solito canovaccio finto romantico in cui una ragazza molto bella, in maniera del tutto inspiegabile, si innamora di lui.
Solo che a questo giro Pieraccioni non si prende neanche più la briga di corteggiare la bella di turno con la simpatia ed è direttamente la Chiatti a provarci con lui in modo plateale e assai poco verosimile fin dal primo incontro.
Intorno a loro la solita schiera di figurine di contorno, una più incolore dell’altra, apparentemente sulla scena con l’unico scopo di farsi prendere in giro dal regista toscano, un po’ come quelle ragazze che si scelgono solo amiche bruttine per sembrare più belle alle feste.

Qui ad esempio, oltre al solito Ceccherini in un ruolo risicatissimo, abbiamo una milf napoletana, un direttore di carcere eccessivamente ingenuo (Flavio Insinna) e un nano (Davide Marotta, l’alieno Ciribiribì dei vecchi spot della Kodak) chiamato a farsi insultare con battutacce da quinta elementare (nulla che vedere con l’adorabile scorrettezza dei Farrelly insomma) e a sciorinare volgarità in un dialetto napoletano che si suppone debba far simpatia a prescindere.
Poi, sempre quel qualcuno di cui sopra, deve aver ricordato a Pieraccioni la sua sopraggiunta maturità anagrafica (il regista ha ormai superato la soglia dei cinquanta) e come questa dovesse, in qualche modo, emergere dallo script. Ecco allora che il suo personaggio ha un rapporto conflittuale con la figlia adolescente che si vergogna di avere un padre in galera.
Peccato solo che lo spazio dedicato a questa sottotrama occupi non più di una decina dei novanta minuti spesi dall’autore a fare facce buffe e a vessare il nano.
Ma è tutto il film in realtà a rifiutare ostinatamente qualsiasi cosa che assomigli anche alla lontana a una struttura narrativa (lo stesso equivoco che porta Umberto a nascondere a Morgana il proprio status di carcerato e che dà il titolo al film viene perso per strada quasi subito) preferendo assecondare invece certe derive più farsesche che – ahinoi – non fanno nemmeno più ridere.
Semmai intristiscono.

Voto 3

 

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Fabio Giusti

Da sempre convinto che, durante la proiezione di un film, nulla di brutto possa accadere, ha un passato da sceneggiatore, copywriter e altre prescindibili attività. A parte vedere film fa ben poco.

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