Io che amo solo te

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Ninella (Maria Pia Calzone) ha cinquant’anni e un solo grande rimpianto: non aver potuto sposare Don Mimì (Michele Placido), l’amore di tutta una vita. Il destino però vuole che sua figlia Chiara (Laura Chiatti) si fidanzi proprio con il figlio dell’uomo che ha sempre sognato e che i due ragazzi decidano di convolare a nozze. Il matrimonio di Chiara e Damiano (Riccardo Scamarcio) si trasforma così in un vero e proprio evento per Polignano a Mare, paese bianco e arroccato in uno degli angoli più magici della Puglia, in cui vivono entrambe le famiglie.



Sostanzialmente Io che amo solo te è un peccato.
Lo è in primis per Marco Ponti, che ricordiamo autore di due opere (Santa Maradona e A/R Andata + Ritorno) che, solo una decina di anni fa, contribuirono a dare una sana boccata d’ossigeno al panorama, altrimenti asfittico, della commedia italiana. Nulla di trascendentale, per carità, solo due piacevolissimi film che riuscivano a parlare giovane senza però cadere nell’infida trappola del “generazionale” e una serie di dialoghi così freschi che lo spettatore, ormai sfiancato a colpi di politically correct, faceva quasi fatica a riconoscere come pronunciati da attori italiani.
Una pausa stranamente lunga ha poi allontanato Ponti dalla regia per restituircelo, un paio di anni fa, col mediocre Passione sinistra e oggi con quello che, a tutti gli effetti, sembra uno spot di Polignano a Mare commissionato dalla Regione Puglia.
Tratto dall’omonimo romanzo di Luca Bianchini, Io che amo solo te, nelle intenzioni degli autori, vorrebbe essere una sorta di commedia corale sull’amore declinato nelle diverse stagioni della vita mentre, nei fatti, si riduce a raccontino buonista su come le relazioni, spesse volte, si trovino a fare i conti con le convenzioni sociali con tanto di scontato finale in cui i buoni sentimenti vincono sempre.
Banalità dello script a parte, ciò che disturba davvero e una descrizione di un Sud Italia ancorato a una serie di triti stereotipi che definire obsoleti è poco, con corollario di tresche di paese, vicine spione e un’improbabile Laura Chiatti che si sforza di parlare con accento barese.

A farne le spese è purtroppo un cast in parte anche valido, prima tra tutti la bravissima Maria Pia Calzone, evidentemente ansiosa di mettersi alla priva con un registro più leggero dopo il successo personale ottenuto nei panni di Imma Savastano in Gomorra – La serie, ma purtroppo incappata nel progetto sbagliato.
Ma spiace anche per Michele Placido che, in un solo anno, è riuscito a sbagliare sia un film da regista (ricordiamo che il suo La scelta resta, a tutt’oggi, il peggior film italiano del 2015) che uno da attore.
Senza voler infierire in maniera gratuita, in Io che amo solo te non si salva praticamente nulla e, a tratti, si ha l’impressione che Ponti ci si metta proprio d’impegno per peggiorare le cose.
Non si spiega altrimenti la lunghissima scena del matrimonio (in pratica un terzo del film) in cui l’autore riesce a infilare la scoperta di un tradimento consumato il giorno prima delle nozze, il toccante outing del fratellino gay di Scamarcio, il comico Enzo Salvi animatore incapace di divertire (scelta di casting perfetta) e, addirittura, Alessandra Amoroso che, non si sa per quale motivo, a un certo punto si alza e canta la canzone di Endrigo che dà il titolo al film. Ovviamente rovinandola.
Ce n’è abbastanza per scoraggiare chiunque, dopo la visione di Suburra, dovesse aver fatto l’errore di illudersi su un generale innalzamento della qualità del cinema italiano.

Voto 3

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Fabio Giusti

Da sempre convinto che, durante la proiezione di un film, nulla di brutto possa accadere, ha un passato da sceneggiatore, copywriter e altre prescindibili attività. A parte vedere film fa ben poco.

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