Natale col boss

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Alla fine deve averlo capito anche Aurelio De Laurentiis che il Natale, al cinema, non tira più come una volta. Ecco allora che – fatto salvo il copyright legato al titolo – Natale col boss si svincola definitivamente da una tradizione che ha sempre visto nel cinepanettone null’altro che una mera cornice all’interno della quale imbastire esili storielle episodiche ambientate a ridosso del 25 dicembre per diventare invece commedia tout court. Niente vacanze in luoghi esotici quindi, e nemmeno storie di corna.
E la vera novità non sarebbe neanche questa, quanto piuttosto il fatto che il film riesca effettivamente nel suo intento primario, ossia far ridere. Rimarcarlo non è affatto pleonastico visto lo standard a cui siamo abituati, perché qui ci si diverte davvero.
E neanche poco.

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Il merito va innanzitutto alla felice idea di costruire l’intera storia come una parodia del genere poliziesco in cui la trovata comica non si riduce mai a uno sketch fine a se stesso ma funge da ingranaggio per una narrazione che, in qualche strano modo, finisce per assomigliare più a una versione caciarona – seppure filologicamente molto meno attenta – di Song’e Napule dei Manetti Bros che non al ciarpame paratelevisivo da cui è evidente la volontà di distinguersi.
Il materiale di partenza quindi c’è, con Greg e Lillo per la prima volta liberi di utilizzare appieno lo humour che li contraddistingue (e soprattutto  i loro tempi comici) piuttosto che sacrificarlo sull’altare della facile gag da “buccia di banana” e la presenza dei sopravvalutati Francesco Mandelli e Paolo Ruffini a infastidire meno che altrove.

Al netto dei pregi effettivi di Natale col boss, c’è poi da considerare l’estrema pochezza dei diretti concorrenti attualmente in sala: perché – tra l’ultimo Pieraccioni, l’orripilante Matrimonio al sud e il ritorno alla scatologia dell’associazione a delinquere Christian De Sica/Neri Parenti –  non ci voleva chissà quale colpo di genio perché il film di Volfango De Biasi (confermato al timone dopo Un Natale stupefacente dello scorso anno) facesse la parte del leone.
Bastava proprio poco in realtà, ad esempio una trama che, sebbene incentrata sul meccanismo ultra-classico dello scambio di persona, riesce a gestirlo nel meno banale dei modi possibili, talvolta anche ricorrendo al demenziale, ma senza mai perdere di vista l’obiettivo.
Completano il quadro un divertito e divertente Peppino Di Capri che, a quasi 80 anni, si riscopre attore addirittura con un doppio ruolo, un contorno di solidi caratteristi (occhio a Gianfelice Imparato, il sarto del Gomorra di Garrone) e la totale assenza di inutili gnocche discinte un tanto al chilo.
Nulla di rivoluzionario, per carità, ma la speranza è che il pubblico natalizio decida di premiare il coraggio della Filmauro nello scegliere di divertire senza ricorrere a un cliché che, negli ultimi anni, era diventato realmente offensivo, per gli spettatori prima ancora che per i nomi coinvolti.

Voto 6

 

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Fabio Giusti

Da sempre convinto che, durante la proiezione di un film, nulla di brutto possa accadere, ha un passato da sceneggiatore, copywriter e altre prescindibili attività. A parte vedere film fa ben poco.

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