Franny

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Franny (Richard Gere) è un simpatico e affascinante miliardario che, privo sia di famiglia che di lavoro, ha trovato nella filantropia e nella morfina le uniche forme di sollievo per il senso di colpa che lo affligge da quando i suoi più cari amici, Bob e Mia, hanno perso la vita in un incidente automobilistico.
Quando, dopo alcuni anni, ritrova Olivia (Dakota Fanning), la figlia dei due, in procinto di sposarsi e dare alla luce un bambino, Franny non riesce a fare a meno di aiutarla, regalandole una casa e offrendo addirittura al marito un’incredibile opportunità lavorativa.
Per la giovane coppia c’è però un prezzo da pagare che, in questo caso, ha a che fare con la sempre maggiore invadenza del loro benefattore e con un terribile segreto che, una volta esaurite le scorte di morfina, non tarderà a riemergere dal passato.

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Richard Gere continua, con questo film, il sistematico processo di desacralizzazione della propria immagine di sex symbol, vero leitmotiv di buona parte delle pellicole interpretate dall’attore nella fase più matura della sua carriera, diciamo in tutto il post-Chicago.
Dopo l’homeless di Time Out of Mind (presentato lo scorso anno alla Festa del Cinema di Roma e tuttora inedito in Italia) tocca quindi a questo malconcio miliardario con seri problemi di dipendenza nell’opera prima del giovane Andrew Renzi.
E, proprio come il succitato film di Oren Moverman, anche Franny risulta interamente costruito attorno alla (onni)presenza di un Gere che, finalmente libero del pesante retaggio di un passato da divo, regala qui una delle sue migliori interpretazioni in carriera.
Lo fa con un attento lavoro di sottrazione che, all’overacting, preferisce di gran lunga un’emotività tutta interiore che emerge solo a tratti e, per lo più, attraverso l’improvviso spegnersi e poi riaccendersi di una particolare luce negli occhi e le esplosioni repentine di un entusiasmo bambino con cui il ricco Franny cerca di mascherare malamente l’inferno che lo abita.
Ruolo tanto più difficile proprio perché associa il disagio a uno status socio-economico tutt’altro che infelice, che il divo americano incarna però in maniera assai efficace.
Il problema semmai è a monte ed è che – alla stregua di altri film troppo focalizzati sulla star chiamata a interpretarli – anche questo Franny mostra alcune importanti lacune narrative che, di fatto, lavorano in senso esattamente contrario a tutto l’impegno profuso dal volenteroso Gere.
La falla più macroscopica è in una sceneggiatura che inventa poco o nulla, per limitarsi a tornare ciclicamente, attraverso un flashback sempre troppo uguale a se stesso, al tragico evento che, anni prima, ha inesorabilmente mutato il corso degli eventi.

Stesso discorso per una regia pigramente adagiata su uno standard di cinema indipendente fuori tempo massimo di almeno trent’anni con cui Renzi (un cognome indicativo anche da noi di quanto si possa essere vecchi a dispetto della giovane età) si limita a osservare la sofferenza senza però contrappuntarla in alcun modo con un’intuizione visiva che sia una che ne accentui o che, al limite, ne smorzi la portata.
Il risultato è un film che, a dispetto di un minutaggio contenutissimo (appena novanta minuti), annoia fin da subito e riesce nella rara impresa di non deviare mai, neanche per un attimo, dai rigidi binari di ciò che ci si aspetta che accada.
E al netto delle migliori intenzioni – che pure riconosciamo all’autore – immaginiamo che anche lo sceneggiatore più inesperto non possa non sapere che, procedendo per accumulo progressivo di tensione lungo tutto l’arco della storia, a un certo punto qualcosa di rilevante si dovrà pur farla accadere.
In caso contrario il rischio è che il film imploda sotto il peso di un’emotività che si è incapaci di gestire.
Questo per quanto riguarda la struttura in termini generali ma, se ci si avvicina un po’ di più, il quadro appare costellato di piccole ingenuità che, messe insieme, lo affossano definitivamente.
In definitiva si riesce anche a comprendere l’esigenza di Richard Gere di essere perennemente al centro della scena (saranno giusto un paio le sequenze in cui non viene inquadrato) ma forse sarà il caso che, nell’immediato futuro, qualcuno lo informi che un ruolo secondario in un film riuscito può essere molto più utile di una sfilza di parti principali in produzioni mediocri.

Voto 5

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Fabio Giusti

Da sempre convinto che, durante la proiezione di un film, nulla di brutto possa accadere, ha un passato da sceneggiatore, copywriter e altre prescindibili attività. A parte vedere film fa ben poco.

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