Quo vado?

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16 settimane di riprese, un budget a sei zeri e più location di quante se ne vedano in un film di James Bond. E non ci sono cinepanettoni o blockbuster che tengano perché, almeno nel nostro paese, è proprio Luca Pasquale Medici da Bari, in arte Checco Zalone il re del box-office in carica. Così, dopo che il suo terzo film, Sole a catinelle, è riuscito a doppiare la boa del più alto incasso italiano, con oltre 52 milioni di euro nel 2013, perché non tentare di nuovo il colpaccio, risollevando ancora una volta le sorti della nostra cinematografia? Ma il comico nato sul palco di Zelig e che si è affermato in TV soprattutto per le riuscite parodie neomelodiche di certa musica partenopea, rendendole uniche grazie a testi storpiati e riadattati all’attualità politica e sociale più pecoreccia, nel passaggio di medium si è un po’ ripulito (lo ha fatto sin dal primo film, Cado dalle nubi, uscito nel 2009), puntando su un’ironia meno volgare e più composta, elemento mantenuto anche in Quo vado?



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Diretto da Gennaro Nunziante e prodotto dalla TaoDue di Pietro Valsecchi, con mamma Mediaset che lo distribuisce, Quo Vado? racconta la storia di un impiegato provinciale (Checco Zalone) che è vissuto e ha prosperato grazie al posto fisso e che vede il mondo crollargli addosso quando una riforma della pubblica amministrazione lo mette di fronte al ricatto di un’ambiziosa dirigente ministeriale romana (Sonia Bergamasco): firmare le dimissioni e accettare una buona uscita, o essere trasferito in luoghi sperduti, lontani dalla sua Puglia. Dopo la titubanza iniziale, e grazie al consiglio di un senatore della Prima Repubblica che gli fece ottenere il posto (Lino Banfi), Checco si troverà a  rifiuterà strenuamente le proposte fatte dalla donna, affrontando con incredibile resilienza ogni trasferimento: dalla Val di Susa all’Irpinia, passando per le Isole Svalbard, dove troverà l’amore in una ricercatrice italiana e la possibilità di diventare un uomo migliore grazie a lei e all’inappuntabile società norvegese.

Sul caso Zalone è stato scritto di tutto e i detrattori, come per ogni fenomeno degno di tale nome, non sono  certo mancati: è colpa del pubblico, che ormai ha ben poche pretese, ma anche di un certo cinema, accusato di adeguarsi sempre più agli standard televisivi. Di fatto quello che distingue Checco Zalone dagli altri comici di estrazione simile, va ricercato probabilmente nella sensibilità di un abile battutista con tempi comici perfetti che non si prefigge alcun intento etico-morale, ma che punta solo ed esclusivamente alla risata. L’umorismo di Quo Vado? è prettamente verbale, esattamente come quello dei tre film precedenti, e punta solo sulle battute del suo protagonista (e un po’ su quelle di suo padre, un impeccabile Maurizio Micheli: ma per quale motivo lo si vede così poco al cinema?) cinico, basso, mammone, retrogrado ed egoista.

Mantenendosi su un livello di comicità che si pone a metà tra quella cinepanettoniana di bassissima leva e quella solo un tantino più sofisticata (le commedie di Brizzi o quelle di Volfango De Biasi prima maniera, per intenderci), Zalone cavalca il genere che ha concepito, pieno zeppo di luoghi comuni sull’italiano medio e intriso di una buona dose di “baresità” che, se non spicca per originalità, attraverso una semplicità quasi disarmante, riesce a cogliere l’aspetto più goliardico e vanesio del cinema, lasciando ad altri quello più pedante, sollevando lo spettatore dal porsi domande e liberandolo dal peso di non dover cogliere alcuna morale. Scusate se è poco.

Voto 6,5

 

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Carolina Tocci

Giornalista freelance e blogger, un giorno le è venuta l'idea di aprire questo sito. Scrive di cinema e gossip e nel buio di una sala cinematografica si sente a casa.

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