Tiramisù

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Tiramisu

Antonio (Fabio De Luigi) è un rappresentante di materiale sanitario che bazzica, con pochissimo entusiasmo, le sale d’aspetto dei medici di base cercando di piazzare con scarsi risultati garze, bende e cerotti.
Alla frustrazione quotidiana legata al lavoro si è aggiunto anche, nell’ultimo periodo, il timore che sua moglie Aurora (Vittoria Puccini) – donna dolce e tutta d’un pezzo – possa essersi stancata di lui e del suo lassismo. Un giorno però Antonio dimentica da un potenziale cliente un tiramisù fatto da Aurora e in realtà destinato alla Caritas. Un dolce squisito che, per gli strani giri che spesso fa il destino, diventa il primo innocente gradino di un’improbabile scalata professionale e sociale fatta di intrallazzi, sotterfugi e gesti di piccola e grande corruzione e che porterà Antonio ad ottenere un sempre maggiore successo. Il prezzo da pagare però è la perdita di quell’innocenza un po’ maldestra che Aurora amava tanto in lui.

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Quello degli attori che, arrivati a un certo punto della propria carriera, per qualche motivo si ritengono pronti a fare il grande salto e passare dall’altro lato della macchina da presa è un fenomeno tutt’altro che nuovo, sebbene suscettibile di diverse declinazioni a seconda delle velleità autoriali del soggetto interessato.
Se ad esempio, Claudio Amendola limitava il proprio intervento al minimo sindacale, affidandosi ad altri attori e a un team di autori di ben più navigata esperienza, nel suo innocuo ma comunque piacevole La mossa del pinguino, addirittura Giorgio Pasotti in Io, Arlecchino ricorreva all’escamotage di un coregista pur di vedere il proprio nome a fianco alla dicitura “diretto da”. Fabio De Luigi invece no. Evidentemente convinto di avere per le mani l’idea vincente, l’attore decide infatti, con buona dose di coraggio, di fare tutto da solo: soggetto, sceneggiatura, regia e ruolo da protagonista. Di fronte al risultato, però, più che il supposto coraggio, viene da pensare possa essere stata una grave forma di incoscienza quella che ha spinto De Luigi a sopravvalutare oltremodo le proprie capacità di autore tout court per lanciarsi in quest’avventura in solitaria. Perché Tiramisù – al netto di un titolo orrendo che sembra partorito dal Tinto Brass del periodo Monamour – è un film sbagliato sotto diversi aspetti, primo tra tutti quello, fondamentale, della scrittura. Risulta infatti pieno zeppo delle più elementari incongruenze narrative, tipiche di chi non sia avvezzo al mestiere e non si preoccupi minimamente di motivare ogni scelta o di aprire e chiudere i singoli snodi narrativi in maniera logica e coerente.

E’ così che il passaggio del protagonista da goffo ma simpatico travet irrimediabilmente destinato a fallire ad arrogante maneggione risulta forzato, privo di passaggi intermedi e altamente inverosimile.
Ma non è solo un problema di struttura, quanto anche di semplice caratterizzazione dei personaggi, un campionario di figurine idealtipiche che restano uguali a se stesse dall’inizio alla fine del film. Che sia una moglie affetta dalla sindrome di Marge Simpson o un odioso cognato che dovrebbe rappresentare l’estremo più cinico e spregiudicato della sfera valoriale del protagonista, il risultato non cambia.
Che poi a recitare in quest’ultimo ruolo De Luigi abbia chiamato tale Angelo Duro – un’ex Iena senza arte né parte e, soprattutto, realmente odioso anche nella realtà extradiegetica – certo non aiuta. Una regia piatta e televisiva provvede poi a completare il quadro.
L’unico a salvarsi è paradossalmente il Fabio De Luigi attore che porta da solo sulle spalle il peso di strappare qualche risata in virtù del proprio passato comico e, in più di un’occasione, salva il film dal rischio noia.
Ma è in generale sull’utilità di un’opera che riflette nel più banale dei modi sui compromessi che si è costretti ad accettare in nome del successo e su una sterile elegia di una semplicità che troppo spesso rischia di sfociare nella coglionaggine che ci si interroga maggiormente durante la visione.
Fino a rimpiangere i bei vecchi tempi della Gialappa’s, di Medioman e dell’Ingegner Cane.

Voto 4,5

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Fabio Giusti

Da sempre convinto che, durante la proiezione di un film, nulla di brutto possa accadere, ha un passato da sceneggiatore, copywriter e altre prescindibili attività. A parte vedere film fa ben poco.

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