Gli invisibili

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Time_Out_Of_Mind

Ne avevamo parlato nel 2014 dopo averlo visto alla Festa del Cinema di Roma, ma torniamo a farlo, a distanza di due anni, in occasione dell’uscita nelle sale. Nel frattempo Time Out of Mind nel nostro paese è diventato Gli invisibili. Il titolo originale, come spesso accade, è decisamente più calzante e appropriato e rimanda, almeno in quanto a considerazioni amare e una buona dose di disillusione, all’omonimo album pubblicato nel 1997 da Bob Dylan (quello che ha sancito il ritorno in pompa magna di Mr. Zimmerman, dopo un periodo piuttosto buio).



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Firmato dal regista dei notevoli The Messenger, Rampart e del più recente Love & Mercy, Oren Moverman, con Richard Gere protagonista assoluto e incentrato sulla vita, o meglio su quel che ne rimane, di George Hammond, un senzatetto di New York di cui non sappiamo praticamente nulla, Gli invisibili è più uno studio sociologico che non un film vero e proprio, animato com’è da un singolare intento informativo e documentaristico sin dalle prime scene. Il desiderio di descrivere paure, angosce e sensazioni di uno di quei 20.000 homeless che vivono a New York e il tentativo di rendere ancora più tangibile il senso di solitudine e spaesatezza che attanaglia le persone come George Hammond, Moverman compie una scelta estrema e discutibile come il non voler raccontare praticamente nulla del passato dell’uomo o il restituire attraverso dei monotoni campi lunghi alternati a strettissimi primi piani, la solitudine e l’inadeguatezza che questo inusuale clochard indossa, proprio come un vecchio e logoro cappotto.

Vediamo Hammond/Gere vagare per le strade senza una meta, passare da un centro di accoglienza a una mensa per disagiati, in una peregrinazione mesta e disillusa che dura per tutto il film, addolcita solo dal desiderio di potersi ricongiungere con la sua unica figlia. Tolte le lodevoli intenzioni e qualche interessante guizzo registico, purtroppo del film non si salva altro. Gli invisibili finisce così per girare a vuoto per le quasi due ore di durata, privo com’è di un supporto drammaturgico più strutturato e di un più ampio respiro narrativo e la prova di Gere non gli è d’aiuto. Assolutamente non in grado di portare sulle proprie spalle il peso di uno script in cui, di fatto, accade poco o niente, l’attore americano viene surclassato dalle meno ambiziose performance dei suoi compagni di cast: Jena Malone Kyra Sedgwick e Ben Vereen.

Voto 5

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Carolina Tocci

Giornalista freelance e blogger, un giorno le è venuta l'idea di aprire questo sito. Scrive di cinema e gossip e nel buio di una sala cinematografica si sente a casa.

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